Tempus fugit

Onda Lucana

Tempus fugit

Tratto da:Onda Lucana®by Antonio Morena  e Ivan Larotonda

Il tempo fugge senza sosta 2019 Illustrazione  tratta da repertorio di Onda Lucana®by©Antonio Morena 2019

Andare a votare è un dovere morale, la rinuncia, al contrario, denota sfiducia. Chechè se ne dica, l’europea partita è più di una sfida, poichè da essa proviene ogni strale da cui non basta un semplice piviale a protegger la popolazione locale. Orsù dunque rechiamoci alle urne onde evir maggiori pugne.

Tratto da:Onda Lucana®by Antonio Morena  e Ivan Larotonda

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Sempre più Internet via satellite

Nell’arco di pochi anni lo Spazio attorno alla Terra si riempirà di almeno 13.000 nuovi satelliti per le telecomunicazioni – anche per portare Internet ovunque.

Nell’arco di 12 anni, tra il 2005 e il 2017, il numero di persone al mondo con un accesso a Internet è passato da poco più di un miliardo a circa 3,5 miliardi: dal 15% alla metà della popolazione mondiale… Si stima che nei prossimi dieci anni Internet raggiungerà 5 miliardi di persone, ovvero il 70% della (attuale) popolazione del pianeta.

 

Per sostenere questa crescita le principali aziende di comunicazione si appoggeranno sempre di più a reti satellitari, e per il loro sviluppo e dispiegamento nello Spazio il 2018 sembra l’anno della svolta. È infatti nei prossimi mesi che si concentrerà la messa in orbita di nuove “costellazioni” di satelliti per le telecomunicazioni, capaci di portare Internet a livello capillare in ogni angolo del mondo. Ecco come funzionerà e quali sono i protagonisti di questa evoluzione tecnologica.

 

 

Funziona così. Per distribuire Internet via satellite a livello globale sono necessari tre elementi: una corposa rete di satelliti a copertura della superficie del pianeta (se si vuole una distribuzione capillare), un gran numero di stazioni a terra chiamate NOC (Network Operations Center: i sistemi che fanno da collegamento tra i contenuti del web e l’infrastruttura satellitare) e, per ultimo ma non meno importante, ogni utente deve avere una parabola (per ricevere il segnale) e un modem (per trasmettere ai NOC).

 

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Dal computer, via modem (o scheda di rete: in questo contesto non fa differenza) parte la richiesta di un contenuto Internet (pagine, foto, musica, video, mail…) verso il NOC, che la “inoltra” al satellite che, infine, trasmette i contenuti richiesti alla parabola (cioè al computer o a qualunque altro dispositivo adeguato collegato all’antenna).

A maglie strette. Per le reti su cui molte aziende stanno lavorando (vedi sotto) sono previsti satelliti “ridondanti” e di backup, posizionati per attivarsi all’istante al posto di altri danneggiati: la copertura dovrebbe quindi essere sempre garantita – salvo per le debolezze intrinsece dei sistemi satellitari, in presenza di particolari condizioni ambientali. Per contro, in linea teorica il collegamento sarebbe disponibile in qualunque parte pianeta, fosse anche in pieno oceano e nel deserto: basterà avere una piccola parabola (che in futuro potrebbe essere così piccola da poterla inglobare negli smartphone) e un cellulare con funzioni di modem.

 

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A diverse quote. Ci sono ben otto nuove costellazioni di satelliti per le comunicazioni in preparazione, allestimento o già in fase di dispiegamento in orbita bassa (LEO, low-Earth orbit: tra 160 e 2.000 km) o in orbita media (MEO, medium-Earth orbit: tra 2.000 e il limite dell’orbita geostazionaria, a 35.786 km).

 

Ci vorrà probabilmente un decennio, ma quando queste flotte di satelliti saranno operative al 100% aumenteranno l’accesso alla banda larga e alimenteranno nuovi modelli economici basati su Internet.

Le costellazioni sono le singole flotte di satelliti utilizzati in modo coordinato, sincronizzati tra loro e disposti in modo da coprire – con il segnale trasmesso – l’area della superficie terrestre a cui sono destinati. Più la costellazione è vicina alla superficie, minore è la potenza del segnale necessario per comunicare, ma minore è anche il tempo a disposizione di un operatore per restare collegato a un singolo satellite (in quanto si muovono molto velocemente): per garantire la qualità e la continuità della comunicazione, una rete dislocata in orbita bassa deve perciò essere composta da molti satelliti, anche qualche migliaio.

 

Per contro, più elevata è la quota orbitale minore è il numero complessivo dei satelliti di quella costellazione e più a lungo rimane “visibile” un singolo satellite al singolo operatore, ma, naturalmente, è maggiore l’energia necessaria per la comunicazione.

 

 

Al momento le costellazioni in composizione sono Iridium Next (81 satelliti, operativa entro il 2018), Boeing (2.956 satelliti, entro il 2022), LeoSat (78-108 satelliti, entro il 2022), OneWeb (o WorldVu, 900 satelliti, entro il 2019), Samsung (4.600 satelliti, entro il 2028), Telesat LEO (117 satelliti, entro il 2021) e SpaceX Starlink (4.425 satelliti, entro il 2024) – che sembra avere definitivamente superato lo sfortunato incidente del 2016. A questi si aggiunge SES O3B (SES Network, 27 satelliti, entro il 2021), l’unico programma di satelliti in orbita media, a 8.000 km: tutti gli altri sono distribuiti in orbita bassa.

Ma quanto è grande lo Spazio? Di certo non vi è sfuggito che solo quelli “ufficiali” elencati qui sono oltre 13.000 – e facciamo finta che non esistano i programmi di sicurezza nazionale (segreti) né i Paesi che non aderiscono alle convenzioni Onu (che andrebbe “avvisata” di ogni lancio). Tutti attorno alla Terra e nessun incidente? In effetti sono tanti, ma – innanzi tutto – non viaggiano tutti lungo una stessa orbita: qualche decina o centinaia di km più in alto o più in basso, e l’autostrada è libera. Su di una singola orbita a 700 km di quota si possono dislocare fino a 2.000 satelliti, a una ventina di km l’uno dall’altro: una possibilità di scontro c’è sempre, magari con qualche satellite fuori controllo, ma è davvero remota.

Fonte articolo: Focus ]

L’articolo Sempre più Internet via satellite proviene da Notizie Oggi.

via Sempre più Internet via satellite — Notizie Oggi

RICORDO….!

Onda Lucana

RICORDO….! (pag. 491)

Tratto da:Onda Lucana® by Gerardo Renna Banzi (pz)

Dopo tanti anni,

da quando ci siam separati,

ancora ricordo quei bei giorni

in cui la nostra amicizia era ben ferrata!

Le lunghe diurne e notturne passeggiate,

chiacchierando

ed anche qualcuno o qualcuna criticando

ed un bel tramonto osservando!

Di notte: la splendida luna ammirando

o la rosea alba,

che dalla scura notte stava arrivando!

Quella notte, specialmente,

quando delle belle rose cogliesti

e sul davanzale della tua amata Teresa,

entusiasta e col cuore in mano….posasti!

Ancora più ricordo, in particolare,

quando dal nostro paesello in corriera partisti

ed in ospedale (S. Carlo di Potenza) mi venisti a trovare.

Dei biscotti (ringo) ed una bella radiolina mi portasti,

che con tanto piacere mangiai ed ascoltai!

E la radiolina, in quei giorni di sofferenza,

mi tenne tanta compagnia!

Di tutto questo, grazie ancora,

caro amico mio!

Grazie con tutto…

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L’autogol dei prelati — Giuliano Guzzo

Monsignor Domenico Mogavero, vescovo di Mazara del Vallo, padre Bartolomeo Sorge, ex direttore di Civiltà Cattolica, padre Antonio Spadaro, attuale direttore di Civiltà cattolica, il cardinale Angelo Bagnasco, ex presidente della Cei, il cardinale Gualtiero Bassetti, attuale presidente della Cei, perfino il cardinale Pietro Parolin, il segretario di Stato vaticano: è semplicemente impressionante il numero e il peso dei prelati che in questi giorni, sia pure con toni differenti, hanno voluto dire la loro, criticandola, sull’invocazione alla Madonna ad opera di Matteo Salvini sabato a Milano.

Il fatto che almeno metà di essi non abbia fiatato quando i recenti governi, con vasta e apicale rappresentanza cattolica, strizzavano allegramente l’occhio all’ideologia gender (alla faccia di Genesi 1,27), approvavano il «divorzio breve» (alla faccia di Matteo 19,3-6), le unioni civili (alla faccia di Romani 1,26-27) e, dulcis in fundo, l’eutanasia omissiva tramite biotestamento (alla faccia del quinto comandamento) purtroppo non depone a favore dell’equidistanza delle gerarchie ecclesiastiche, che a questo punto non l’insinuazione ma la logica più elementare fa immaginare simpatizzanti il centrosinistra.

Dato che i fatti parlano da soli, non aggiungo altro. Osservo solo che, se si fosse ignorato il comizio di Salvini, nel caso di successo elettorale della Lega poco sarebbe cambiato per la Chiesa italiana; avendo invece alluvionato il leader del Carroccio di critiche, una netta affermazione elettorale leghista – dai più accreditata come probabile – finirà per forza di cose con l’evidenziare non tanto l’antisalvinismo, quello già era noto, bensì l’irrilevanza di larga parte Chiesa in Italia. Da pecora spaesata quindi chiedo ai pastori che a ridosso del voto proprio non ce l’hanno fatta trattenere il loro antileghismo: ce n’era davvero bisogno?

Giuliano Guzzo

*****

«Da leggere!» (Diego Fusaro)

«Un libro pieno di chicche» (Rino Cammilleri)

«Avvincente. Denuncia le manipolazioni di alcuni a difesa della libertà di pensiero di tutti. Un’arma contro la cultura dominante» (ProVita)

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via L’autogol dei prelati — Giuliano Guzzo

Dar vita all’Europa Nazione

Alcuni spunti per la rifondazione dell’Ue:

“La Testa”: il processo di integrazione europea deve portare alla realizzazione di un sistema politico che funzioni al proprio interno per tutelare e valorizzare le identità locali e nazionali e verso l’esterno per creare un “polo di forza” in grado di competere con le altre potenze globali (Usa e Cina in primis). Non è accettabile per l’Europa rassegnarsi a un ruolo di subalternità politica, commerciale o culturale rispetto ad altre attori internazionali. Per questo motivo serve una proposta politica che guarda all’Europa innanzitutto sia come ad uno spazio geopolitico unitario e sia come ad uno spazio di civilizzazione contraddistinto da valori specifici.

 “Il Corpo”: l’Unione europea è un’organizzazione unica al mondo. Purtroppo, per diverse ragioni, questa organizzazione si sta allontanando da ciò a cui aspiravano i padri fondatori e, pertanto, l’Ue deve essere modificata in profondità – se non addirittura completamente ripensata – rimettendo la politica, i popoli e le comunità locali al centro del progetto d’integrazione. L’Europa unita che vogliamo è quella che si occupa delle grandi cose. È l’Europa che riesce a mettere insieme le migliori idee e finanzia la loro realizzazione. È l’Europa che raggiunge i più alti standard tecnologici, che vuole essere indipendente e che non ha paura di guardare al futuro. È l’Europa che, grazie al suo valore aggiunto, migliora concretamente la vita quotidiana dei suoi cittadini.  

“Lo Spirito”: riconoscere senza indugi le nostre radici comuni: ellenistiche, romane e cristiane. Bisogna dare all’Europa un’anima e contrastare il processo di secolarizzazione relativista e gli eccessi del sistema liberal-liberista a guida tecnocratica e finanziaria che contraddistinguono l’attuale sistema politico ed economico.

Proposta: dopo le elezioni europee di maggio proporre la convocazione di una conferenza intergovernativa per riscrivere i Trattati su cui si fonda l’Ue con l’obiettivo di creare un’Unione Politica e non solo economica e monetaria. Bisogna dare vita ad un’Europa confederale, in cui il ruolo e la dignità degli Stati non debba essere svilito e mortificato nel nome di interessi globali, ma valorizzato nell’ottica di una collaborazione fra le diverse Nazioni del continente consapevoli di avere un destino comune.

A.G.

via Dar vita all’Europa Nazione — Europeenses

Noi siamo così

Onda Lucana

Noi siamo così

Tratto da:Onda Lucana ®by Antonio Lanza-Pescopagano (pz)

Ridi ancora un po’

poi tu potrai piangere

se questo è vivere

che infelicità!

Cosi siamo fatti noi,

la nostra società

che brutta realtà

chissà se cambierà.

Sei libero di correre

sei giardini, per le vie

gli occhi che malinconia,

un bimbo non può ridere.

E un buio dentro il cuore

oscura l’orizzonte

fa confusione nella mente

ci tormenta anche le sere.

Così siamo fatti noi,

tante carezze al cane,

per la strada l’abbandoni

ci sarà poi un padrone.

E continuiamo a correre

sull’asfalto e nella polvere

le labbra, che non parlano,

gli occhi che non vedono.

E passa una stagione

poi un’altra ancora

la città, i suoi rumori

diventa una prigione.

Così siamo fatti noi,

vestiamo un abito firmato

per una festa, una serata

senti un vuoto nella mente

dentro non è rimasto niente,

il mondo muore lento,

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Salvini vs Napolitano: “non dovremmo pagarlo o scortarlo ma processarlo”. Scoppia il caos.

Onda Lucana

In tempi di crisi e confusioni come questi, è tornato alla ribalta un datato scontro tra Salvini e l’ex presidente della Repubblica.

“Napolitano non dovrebbe essere intervistato, pagato e scortato, dovrebbe essere processato”. Questa la dichiarazione del leader della Lega Nord dall’impatto altisonante.

Una forte accusa ai danni dell’ex presidente della Repubblica, che ha catapultato Salvini in una bufera.

Basti pensare alla risposta di Luigi Calenda, presidente del Pd a Palazzo Madama: “A proposito di Salvini, c’è un momento in cui l’essere il campione degli antisistema diventa sabotaggio nei confronti dell’Italia. La dichiarazione di Salvini sul presidente Napolitano, dice che questo limite è stato superato.”

Le dichiarazioni, per quanto datate siano, sono tornate alla ribalta dopo i vari malori di Giorgio che l’hanno costretto a stare fuori dalle ultime dinamiche di governo.

Il popolo del web, infatti, non gradì l’ostentazione dell’intervento di Napolitano, intento a “mostrare il suo ruolo attivo nelle sorti politiche…

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Giorgetti contro Conte: così la grande battaglia di Palazzo Chigi può far crollare il governo

Sono presidente e sottosegretario alla presidenza del Consiglio e non si sono mai sopportati.Ora i rapporti sono ancora peggiori, se possibile. Conte vuole mandare Giorgetti in Europa, mentre il braccio destro di Salvini vorrebbe la crisi di governo. Allacciate le cinture

via Giorgetti contro Conte: così la grande battaglia di Palazzo Chigi può far crollare il governo — linkiesta.it – Sezione Politica – News Feed

LAVORAT(T)IVAMENTE. MIO CARO GORDANO…

Onda Lucana

LAVORAT(T)IVAMENTE. MIO CARO GORDANO…

Tratto da:Onda Lucana® by Angelo Ivan Leone-Docente di storia e filosofia presso Miur

PER LA RUBRICA LAVORAT(T)IVAMENTE. MIO CARO GORDANO… GIÀ COSA SUCCEDE A GORDANO CHE “LAVORA DI PIÙ” PER UN MULINO DI CUI NON SA NULLA?

Con l’articolo che apre questa mia rubrica si era giunti a definire decadenzaquella che in molti continuano a chiamare crisi italiana. Sono seguiti vari contributi di diversa provenienza. Autrici e collaboratrici che non hanno certo lesinato il loro impegno e il loro ingegno nel cercare di creare un dibattito attorno a questo tema del lavoro che è e rimane un tema primario per il nostro paese.

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Dopo aver analizzato il mero dato di fatto che quella che stiamo vivendo è una decadenza e non una crisi passeggera e che è spacciata come tale solo per farla meglio accettare e digerire al popolo italiano, si deve passare a…

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Madre sotterra vivo il figlio appena nato, un cane lo ritrova — GIORNALE DI PUGLIA

PECHINO – Si chiama “Ping Pong” e nel nord-est della Thailandia è un eroe. Stiamo parlando del cane che giovedì 15 maggio ha salvato la vita a un neonato, sotterrato dalla madre adolescente. Secondo quanto riportato dalla Polizia locale, il bimbo era stato abbandonato e ricoperto di spazzatura nei pressi di una fattoria nel distretto…

via Madre sotterra vivo il figlio appena nato, un cane lo ritrova — GIORNALE DI PUGLIA

Morire per te

Onda Lucana

Morire per te

Tratto da:Onda Lucana ®by Antonio Lanza-Pescopagano (pz)

Una carezza, un bacio,

la tua bocca tace

perché non può svelare

chi era il grande amore.

Non lo chiederò mai

chi t’ha baciato prima,

tu sai che come sono io

non è quello che mi preme.

Se sarà grande il tuo amore,

che a me solo stai offrendo

per te, potrei anche morire

è vero, non mi sto sbagliando.

Morire per te, morire d’amore,

se l’anima mia lo vuole

e tu lo potrai scoprire.

Morire per te, morire d’amore,

lo leggo nello sguardo,

che ti fa piacere.

L’amore poi cos’è?

Uno sguardo che si perde,

ma che ti rimane dentro

e che morirà con te.

Una lettera scritta

e poche volte letta,

un vuoto che rimane

in chi cerca invano.

Morire per te, morire d’amore

un destino antico,

che si rinnova ora.

Tu non capirai mai

se hai…

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Alcune condizioni per una democrazia praticabile

di Charles Taylor

(articolo pubblicato sul sito “www.eurozine.com” il 14 agosto 2017 con il titolo “Some conditions of a viale democracy“, traduzione mia).

I

Vorrei aprire una discussione sulle condizioni di una democrazia praticabile nel nostro tardo ventesimo secolo. E, attraverso questa discussione, sollevare allo stesso tempo il tema  di cosa cerchiamo quando utilizziamo la parola “democrazia”.

Ma a mo’ di introduzione, vorrei rimarcare la centralità della democrazia per la nostra epoca. Intendo dire che la democrazia è un’insopprimibile aspirazione, che esiste una sorta di pressione verso la democratizzazione nel mondo civilizzato contemporaneo sebbene questo movimento sia bloccato e persino invertito in molte parti del mondo.

In parte questo è il problema di cosa sarà accettato oggi dal punto di vista della legittimazione politica. Gli ultimi regimi fondati sulla gerarchia, o sulla nozione di una autorità ereditaria, sono spariti, ed è difficile persino ricordare come fossero. La recente ondata di regimi fascisti o di destra autoritaria da prima della seconda guerra mondiale furono gli ultimi in effetti ad offrire gloria ad una ideologia alternativa alla democrazia. Ora tutti i regimi devono invece giustificarsi in nei suoi termini. I governi di sinistra del tipo leninista pretendono di avere una più radicale democrazia rispetto alle loro controparti borghesi. E l’inventario attuale di regimi autoritari di destra, come quello di questo paese [1], continuano a rivendicare che restituiranno le loro nazioni alla democrazia quando saranno “pronte”. Nell’epoca presente solo la sovranità popolare può in ultima istanza conferire legittimità.

Ma io sto parlando di qualcosa di più profondo quando mi riferisco alla pressione verso la democratizzazione. Il punto sopra esposto non è null’altro forse che una questione di ciò che le forme obbligatorie dell’ipocrisia rappresentano. Ma c’è qualcosa di molto più sostanziale.

Dobbiamo tenere presente, per capire questo, che si è realmente venuta a formare una relazione di mutuo supporto tra democrazia e i principali ideali del canone liberale. Intendo dire: la libertà personale e lo stato di diritto. I liberali hanno sempre ritenuto che entrambi resistano o cadano insieme, ma ci fu un tempo in cui questo era lontano dall’essere evidente. Nell’età dell’oro del dispotismo illuminato del diciottesimo secolo ci furono regimi che rispettavano la legge e nei quali quantomeno le classi dominanti godevano di immunità sotto lo stato di diritto senza che ci fosse traccia di un governo partecipato che coinvolgesse le classi dominanti stesse.

Ma la possibilità di questo tipo di regime si è estinto con l’erosione dei concetti gerarchici  con i corrispondenti chiari limiti che definivano lo status delle diverse classi. Nessuna barriera inviolabile trattiene un governo dispotico dai peggiori eccessi possibili di violazione dei diritti umani.

L’unica salvaguardia alla libertà personale e la legge è una qualche forma di governo popolare o quanto meno la minaccia che potrebbe essere istituito nel prossimo futuro. Reciprocamente la libertà personale e lo stato di diritto sono chiaramente condizioni di genuina democrazia ovvero un regime in cui il popolo può mobilitarsi indipendentemente dal potere al fine di cambiarlo o determinare le sue politiche. Queste formano un blocco unico.

Ora io credo che ci sia una certa pressione nella direzione del blocco completo nella nostra epoca dovuta al fotto che la libertà personale sembra fornire le condizioni più ospitali per la crescita economica e tecnologica. Non è sempre stato così e potrebbe non essere più così in qualche momento del futuro. Ma n questo momento la crescita economica è fortemente dipendente dal dinamismo scientifico e tecnologico così come all’iniziativa imprenditoriale. Ed entrambe se la passano male in caso di dispotismo.

La pietosa situazione eco nomina dei regimi leninisti, una volta che la brutale crescita attraverso l’industrializzazione primaria è finita, è stata spesso sottolineata. L’Unione Sovietica resta come un gigante tanto muscolare quanto impedito, incapace persino di sfamare adeguatamente la propria popolazione. In aggiunta l’importanza della crescita nelle tecniche di comunicazione e di elaborazione delle informazioni crea una ulteriore difficoltà per i i regimi repressivi.

L’esistenza di regimi capitalistici dispotico con un elevato tasso di crescita – Taiwan, Korea, ad esempio – non è una prova decisiva contro la tendenza che sto descrivendo. Il mio assunto sarebbe che c’è già pressione su queste verso la democratizzazione e questa aumenterà. Lo stesso accadrà in questo continente [2]. E quanto più la tendenza si generalizza un regime democratico sarà progressivamente considerato una condizione di appartenenza al mondo civile. L pressione si intensificherà ulteriormente. Se ho ragione, questa è una buona notizia in un quadro altrimenti piuttosto fosco.

II

Questo rende ancor più importante chiarire cosa sia un regime democratico e come possa essere reso realizzabile. Certamente possiamo sempre definire la democrazia in termini di certe caratteristiche istituzionali: l’esistenza di assemblee rappresentative scelte attraverso il voto popolare, il riconoscimento legalmente riconosciuto di un pluralità di partiti e cose del genere. Ma al di là dei possibili disaccordi che potrebbero insorgere a proposito di una qualsiasi lista del genere, il tipo di definizione manca di qualcosa di essenziale: qual è esattamente la natura delle relazioni in cui le persone si trovano quando sono cittadini comuni di un regime democratico? Quello che vogliamo qui è una qualche comprensione del processo politico reale che cauterizza la democrazia e il modo in cui mette in relazione i partecipanti.

Cè un gran numero di teorie che si propongono di darcene un quadro. Ne voglio menzionare un paio qui che sono molto diffuse e popolari me che ritengo sbagliate e fatalmente fuorvianti. E poi voglio offrirne una terza. Certamente nessuna teoria può esaurire una realtà complessa come una politica democratica. Ogni teoria, anche quelle cattive, toccheranno alcuni aspetti della realtà. Ma alcune implicheranno una distorsione cruciale nel considerare questo aspetto la sua caratteristica essenziale ed è per questo ciò che intendo quando le definisco sbagliate.

Parlare di “teorie” qui è una ipersemplificazione. In effetti in ciascun caso discuterò una famiglia di teorie con concetti di base simili. Ma per semplicità parlerò a volte al singolare come se ci fosse una visione unica in ciascun caso.

1. La prima teoria erronea è quella che è stata molto popolare nella scienza politica americana. Ha alcune delle sue fonti più immediate nella “teoria economica” della democrazia che Schumpeter ha esemplarmente esposto [3] e che si è ramificata nelle teorie dell’interesse di gruppo [4], e poi in visioni che dipingevano l’operazione di un sistema politico in un “processo di conversione” [5]. Le sue radici più remote si ritrovano nelle teorie seicentesche di Locke e Hobbes e le loro varie elaborazioni nell’illuminismo del diciottesimo secolo.

Le nozioni cruciali di questa famiglia di teorie è che concepiscono la la società politica come uno strumento comune allestito per portare a termine i propositi degli individui che lo costituiscono (sebbene queste unità possano anche essere concepite come gruppi). Propositi e fini cono concepiti essenzialmente, ontologicamente, si potrebbe dire, come individuali. Parlare di propositi di gruppo significa riferirsi ad una finalità su cui gli individui convergono. Il fine comune può sempre essere analizzato nelle sue componenti individuali.

Un regime democratico in questo schema è quello che è ricettivo ai propositi e ai desideri dei suoi membri. La sua eccellenza risiede nella sua ricettività. Ma poiché qualsiasi regime è ricettivo ai fini di qualcuno, siano anche solo quelli di un despota, non possiamo stimare questa virtù nei termini di una nozione di imparzialità: i regimi democratici rispondono equamente ai propositi di chiunque o quantomeno questa è la loro condizione ideale.Inoltre possiamo aggiungere a questa una seconda virtù maggiore di questi regimi, che consiste nella loro abilità di rispondere efficacemente, per venire incontro davvero ai bisogni e ai propositi delle persone. Le esigenze di efficienza e imparzialità possono però entrare in conflitto tra loro.

Le istituzioni che normalmente associamo con la democrazia, elezioni regolari per le assemblee e le posizioni di governo, tra una pluralità di partiti, sono ritenute essere il miglior metodo per conseguire queste virtù ed assicurare che il governo sia ricettivo in questo modo.

Ora è chiaro che questo quadro non corrisponde ad alcune caratteristiche della politica moderna, di larga scala, burocratica. In effetti molte persone quando affrontano questa teoria tra le altre sentono sulle prime che si sposi al meglio con la loro esperienza. L’esperienza a cui appare fedele è quella del cittadino di una società di massa, gestita burocraticamente, che sente una identificazione piuttosto minimale con essa ma ha il proprio percorso di vita individuale e sente che ha il diritto di perseguirlo e di essere aiutato in questo o quanto meno non impedito tanto quanto chiunque altro.

Ciò che chiede al governo è che agisca come uno strumento collettivo efficace ed equo. Le esigenze non sono totalmente diverse da quelle che uno potrebbe avanzare ad una azienda con cui facesse affari. Eccetto che l’analogia sarebbe più adatta con un gruppo di aziende in competizione, dove l’insoddisfazione con uno gli consente di passare ad un altro.

Questa è l’analogia che Schumpeter tracciò nella sua teoria, in cui le leadership di partiti rivali sono viste come nella posizione di aziende che si contendono i “consumatori” sotto forma di elettori.

Quello che il modello lascia fuori, certamente, è ciò che sono sempre state considerate le virtù e la dignità della cittadinanza, che le persone assumano una parte attiva nel loro governo, che in un certo senso governino se stessi. La visione economica non ha tanto trascurato la partecipazione quanto l’ha considerata con sospetto. Le persone hanno bisogno del grado e del livello di input che li rassicuri sul fatto che il sistema sia ricettivo nei loro confronti.

Questo include il suffragio universale e anche il potere di organizzare nuovi partiti o movimenti quando alcune mete importanti non sono state sufficientemente difese o patrocinate da quelli esistenti. Ma questo non esige affatto che le persone siano più attive di così e che partecipino effettivamente alla costruzione di una politica e nel processo decisionale. Basta che nonostante il loro potere di disporre dei loro governanti, esercitino una minaccia credibile di liberarsi di quelli che non sono ricettivi ai loro bisogni.

Una partecipazione più intensa di così sarebbe controproducente, se non positivamente pericolosa. Sarebbe controproducente perché il governo oggi richiede la padronanza o quanto meno l’ordinamento di una considerevole competenza economica, scientifica, tecnologica, culturale, etc. E questo è svolto al meglio dagli specialisti o da persone con un talento speciale ed esperienza nell’attingere a specialisti ovvero a politici di professione. Coinvolgere le masse in questo potrebbe solo ridurre l’efficacia del governo. Questo a sua volta potrebbe essere pericoloso, portando a frustrazione e ad un perdita di legittimazione. inoltre mobilitare le masse per avere un impatto sul governo può essere pericoloso in modo ancora più diretto. Potrebbe sconvolgere il delicato equilibrio di ricettività del governo ad una gran varietà di interessi in favore di quelli così mobilitati e questo e questo metterebbe in pericolo la politia democratica.

Ora ci sono molte possibili linee di attacco a questa teoria. Una molto popolare nella scienza politica americana è stata un attacco a questa in quanto ritratto della società americana. La ricettività del sistema non era così uguale e pervasiva come i proponenti sembravano pretendere, dicevano i critici di sinistra. In effetti non era possibile mobilitare tutti gli interessi; alcuni venivano sistematicamente sfavoriti e trovarono difficoltà ad avere accesso – consumatori ad esempio o gruppi linguistici e razziali sfavoriti.C’è indubbiamente una parte di verità in questo attacco ma ma non è ciò che mi preoccupa qui poiché mi sto cimentando con qualcosa di più fondamentale, ovvero le assunzioni di base a proposito della natura di una politica democratica.  È vero che questa sarebbe una politica democratica adeguata se potesse essere integralmente realizzata? A me pare evidentemente che non o sarebbe. il mio appello non è semplicemente che la partecipazione e la dignità che la accompagna sono un importane bene umano. I teorici dell’economia potrebbero infatti replicare che concordano in linea di principio cin me ma che la partecipazione oltre un certo livello è, purtroppo, impraticabile per le ragioni che sottolineano.

Il mio punto è, in ogni caso, più fondamentale. Ciò che la teoria economica trascura è ciò che è stato il problema centrale dell’intera tradizione civile umanista, ossia che ogni regime liberò (ovvero non dispotico) risieda un forte senso di identificazione da parte dei cittadini (quello che Montesquieu chiamava virtù). Questo cittadini devono accettare le discipline a talvolta fare i sacrifici richiesti per sostenere la loro politia e difenderla contro i nemici. Devono pagare le tasse, attenersi alle leggi, e stringersi intorno quando la loro politica è minacciata dall’esterno o dall’interno. Nel caso in cui non siano coartati a farlo – nel cui caso cessano di trovarsi in un regime libero –  devono volerlo fare e questo presuppone che abbiano un convinzione che l’appartenenza a questa politica con le sue leggi e i suoni mezzi, sia importante – e in casi estremi, che valga la pena di morire per essa. Devono avere quello che si era soliti chiamare fino al diciottesimo secolo “patriottismo”.

Vista sotto questa luce, l’immagine della democrazia offerta dalla teoria economica è carente in modo cruciale. Se le persone concepiscono le loro mete in quanto individuali, se pensassero davvero che la loro politica sia esclusivamente uno strumento comune, avrebbero il grado zero di patriottismo o di virtù, e la politia sarebbe incapace di resistere alle forze degli attacchi esterni, sovversione interna o soltanto dell’erosione dovuta a comportamenti non civici. Una fraudolenza massiva porterebbe il sistema ad un collasso e costringerebbe a forme più dispotiche nei confronti della società.

In breve non è possibile in una democrazia funzionante che ogni meta sia puramente individuale; o messa in altri termini per le mete comuni di essere semplicemente la convergenza di quelli individuali. Ci dev’essere almeno un bene comune che sia considerato in senso forte: l’esistenza stessa della politia e le sue leggi dev’essere qualcosa di cui avere cura in comune.

Visto in questa luce l’indubitabile fenomeno della alienazione dei cittadini nelle grandi democrazie, dove molte persone in effetti definiscono le loro mete in modo puramente individuale, e vedono la loro relazione alla società in modo puramente strumentale, può essere compreso in un senso importante come parassitario. è possibile per molte persone vivere nella loro società democratica un questo modo lasco e distante solo perché esiste ancora un vasto fondo di identificazione generale con la società e le sue leggi. Se ciascuno dovesse diventare così, la società si troverebbe sotto una grave minaccia.

2. Di fronte alla famiglia delle teorie economiche, ed in un certo senso in opposizione polare ad essa, c’è un’altra famiglia che discende da Rousseau – o almeno da una possibile lettura di Rousseau. Questa è propriamente una teoria che pretende di incorporare la tradizione dell’umanesimo civile, che si occupa soprattutto di ciò che la teoria economica lascia fuori, ossia il governo dei cittadini e la dignità che ad essa attiene.

Seguendo una lettura persuasiva del Contrat Social, l’autogoverno è pensato in termini di volontà [6]. Sono libero e mi governo, quando “obbedisco a me stesso”, e sono diretto dalla mia propria volontà. Ma questo può essere la base per una società, se ci può essere una cosa come una volontà comune, une volontà generale. Se no, seguire la volontà di qualcuno implicherebbe sottomettere qualcun altro. La possibilità della democrazia è così contigua alla possibilità di una volontà generale, alla cui elaborazione tutti partecipano e con cui tutti si identificano.

Non ci sono diretti seguaci di Rousseau oggigiorno, ma la la sua idea principe della volontà generale anima in effetti un gran numero di concezioni della democrazia che sono tuttora vive ai nostri giorni. Alcune delle nozioni di partecipazione radicale, che ispirarono varie ribellioni e contestazioni alla fine degli anni Sessanta nelle società settentrionali, erano di questo stampo. L’assunto sottostante era che se l’influenza e il potere di alcuni interessi non democratici o la stretta di forme repressive di vita poteva essere spezzata, sarebbe emersa una unanimità di fondo, nella quale ognuno avrebbe acconsentito alle condizioni comuni per il pieno sviluppo di tutti.

Ma oltre a questo il più influente erede di Rousseau in questo senso è il marxismo e in particolare la sua variante leninista. Esiste in profondità nel marxismo l’assunto secondo il quale l’opposizione conflittuale derivi dalla società di classi, che una volta che questa fosse sovvertita, farebbe emergere la sottostante armonia di scopi, nella quale “il libero sviluppo di ciascuno diverrebbe la condizione per il libero sviluppo di tutti” [7].

Esiste di conseguenza qualcosa come una volontà generale del proletariato che lo porterebbe attraverso la rivoluzione contro la società capitalistica dalla costruzione di una nuova società, che sarebbe ultimamente anarchica. Il leninismo eredita questa nozione e vi aggiunge l’idea fatale del ruolo dell’avanguardia del partito. I partiti e i governi leninisti parlano sempre in nome della classe lavoratrice come s questa entità avesse un unico proposito che questi possano leggere e rendere effettivo. La volontà generale marcia verso la fine del ventesimo secolo in guisa di questi regimi di mobilitazione di massa, che hanno sistematizzato l’oppressione su una scala veramente gigantesca. Jean-Jacques sarebbe rabbrividito nell’essere testimone di ciò che è stato fatto con la sua idea.

Come la teoria economica questa nozione della volontà generale non ha contatti con l’esperienza reale. Rappresenta l’esatto opposto della precedente. E’ l’esperienza di persone che contro un clima di alienazione o persino repressione riescono a mobilitare un movimento che consente loro di pronunciarsi su materie rilevanti che li interessano.

Come i sindacati si organizzano per combattere la repressione, come i residenti si organizzano per fermare la demolizione delle loro abitazioni per far posto ad una superstrada, come i cittadini si organizzano contro una dittatura oppressiva, come è il caso ora in Cile, i partecipanti possono sperimentare un senso forte del loro scopo comune, della loro comune efficacia nel lottare per questa meta e della loro dignità comune nel prendere in mano insieme il loro destino.

In questa difficile situazione di scontro l’idea roussoviana diviene reale. Al di là delle loro ulteriori differenze i partecipanti sono consapevoli soprattutto dell’importanza del loro scopo comune e sentono piuttosto giustamente che raggiungerlo sarà una vittoria dell’autodeterminazione.  Riunirsi in un tale scopo comune può essere inebriante. Questa è una parte importante dell’esperienza della democrazia.

Ma come teoria centrale della democrazia come un’immagine del processo di autodeterminazione e delle relazioni in cui le persone stanno tra loro in essa, questo è drammaticamente lacunoso. Non può tenere conto del modo in cui le persone e i gruppi stanno in alto grado a propositi incrociati tra loro, come avversari o rivali, con diverse e incompatibili mete, e visioni divergenti del bene comune.

Un regime democratico deve essere tale per cui queste differenze e rivalità si scontrino in un certo modo, non uno nel quale siano in qualche modo evitate o dialetticamente superate. Rari sono i momenti nei quali l’intera società può condividere l’euforia di una volontà comune. E questi sono spesso i momenti più tragici, generati da conflitti esterni. La volontà generale sperimentata da gruppi parziali, come negli esempi precedenti, fa parte del processo in corso di lotta a proposito dei fini, non è un sostituto per essi.

Il modello roussoviano è quindi un disastro se preso come guida generale per un società democratica. Perché delegittima la differenza, la rivalità, l’interna discordia. M ail solo modo in cui queste possono essere risolte è con la repressione. E da qui i regimi basati su questo modello sono universalmente dispotici.

3. Mentre ritengo che ci sia una qualche verità in entrambi questi modelli, vorrei introdurne un terzo, che credo rappresenti meglio la natura essenziale di una attuabile società democratica. Questa si rifà decisamente alla tradizione dell’umanesimo civico, ma diversamente da Rousseau. Una visione che assegna un ruolo centrale alla rivalità e alla lotta in un società libera – in questo diversamente dalla teoria della volontà generale – ma vede anche i membri uniti attorno ad un polo di identificazione – in questo diversamente dalla teoria economica. Le fonti per questa teoria possono essere ritrovate, per esempio, in Tocqueville [8] e ai nostri giorni, in qualche misura, negli scritti di Hannah Arendt [9].

Il polo centrale dell’identità è ciò che veniva chiamato “le leggi, ovvero, le istituzioni centrali e le pratiche del sistema politico. E questo è visto e plaudito com e il bene comune, perché è visto come il deposito e il baluardo della dignità di tutti i partecipanti. viene dato per scontato che questi saranno spesso rivali, che saranno in disaccordo riguardo alle politiche pubbliche e su chi dovrà occupare posizioni di comando, ma una dignità importante è considerata quella che consegue alla possibilità di partecipare da pari in queste battaglie, e le leggi che salvaguardano questa abilità per tutti sono intese a riflettere una volontà comune di mutuo riconoscimento di questa capacità e di conseguenza un inestimabile bene comune.

Questa è certamente una idealizzazione, o forse meglio un tipo ideale, simile in questo agli schizzi che ho offerto delle altre teorie. Nel mondo reale della democrazia, per prendere a prestito un titolo famoso [10], i partecipanti attivi che assumono ruoli di leadership in questa battaglia della vita pubblica sono una minoranza. Ci sono infatti un gran numero di livelli di partecipazione, e un gran numero di possibili approcci, di diverso peso e significato, da dall’apice della leadership politica, al livello base dei membri del partito, a quelli che lavorano in organizzazioni e movimenti che hanno un impatto sul processo politico. Forse tutti quanti questi costituiscono una minoranza.

Inoltre, in questo mondo reale, le altre teorie catturano una parte importante dell’esperienza delle persone, come detto sopra. Molti dei non-partecipanti possono avere la sensazione che la teoria economica sia adatta ai fatti; e alcuni di coloro che organizzano movimenti di protesta possono trovare la teoria della volontà generale più rilevante nell’immediato. Ma con tutte queste riserve, può non di meno essere vero che le leggi e le istituzioni di una società democratica sono generalmente riconosciute come una qualche forma di comune espressione e difesa della dignità di un cittadino, in principio accessibile a tutti. E questo ha un significato cruciale.

Per illustrare questo fatto possiamo prendere un pezzo recente della storia degli Stati Uniti. Con tutte le imperfezioni di questa politia come democrazia, con le gigantesche burocrazie pubbliche e private che hanno usurpato potere, con tutta l’alienazione dei cittadini, e il senso di impotenza, ciò nonostante al tempo dei fatti del Watergate, il senso di una violazione della fiducia e dell’abuso di potere di questa specie era così forte che non poteva essere tollerato, che il Presidente fu costretto a rimettere il mandato. Il mondo deve essere grato al fatto che questo riflesso sia ancora forte nell’opinione pubblica americana. Per pericolosa che possa essere stata la politica americana in questi ultimi anni, al mondo sono state senz’altro risparmiati alcuni indicibili orrori proprio perché gli americani ancora credono nelle loro istituzioni repubblicane.

Dovrebbe essere ora chiaro il motivo per cui io preferisca questo modello di democrazia rispetto agli altri. Non perché sia l’unico che si accordi in qualche modo con l’esperienza, tutti lo fanno. Ma perché gli altri due sono inadeguati in modo cruciale come modello dell’intero processo e rispetto alle relazioni in cui ci troviamo gli uni rispetto agli altri in esso. Siamo anche utenti si uno strumento politico comune; e siamo a volte uniti in una volontà generale. Ma se uno di questi due costituisse il fatto politico centrale della nostra vita politica, non potremo godere a lungo di una politia democratica. La sola base durevole per questo è ove noi si veda questa politica e le sue leggi come la comune salvaguardia della dignità del cittadino.

III

Quali sono quindi le condizioni che rendono  questa politia possibile o attuabile? Immediatamente vediamo alcune condizioni che la escludono. Una concezione della eguale dignità di tutti i partecipanti è al cuore della vita democratica per come è concepita nella mia terza visione, poiché la politica è intesa come da valorizzare in quanto deposito comune della dignità dei cittadini. Questo fu riconosciuto dalle più antiche democrazie nella Grecia antica, che si riferivano ai loro cittadini come “gli uguali” [11]. Ma in queste società non tutti gli abitanti appartenevano alla classe dei cittadini. Era possibile per queste società contenere le relazioni più ineguali, inclusa la schiavitù, attraverso l’esclusione dei dominati dalla partecipazione alo stato, che così rimaneva il difensore dello status di eguaglianza di tutti cittadini.

Il nostro senso moderno di democrazia è differente. Ora deve includere tutti. Nessuno il Sud Africa di oggi una democrazia, al di là degli apologeti di questo regime. Conseguentemente un regime democratico è incompatibile con l’esistenza di relazioni, siano culturali o economiche, che rendano impossibile per le persone considerarsi come eguali. in una cultura ancora impregnata di senso della gerarchia, che pone diversi starti sociali in diverse caste, questo tipo di politia non può esistere. E similmente, dove il potere economico è fortemente concentrato, dove latifondisti fronteggiano contadini senza terra, per esempio, una simile menomazione esiste.

Questo solleva l’intero tema della compatibilità della democrazia con diversi regimi economici, socialisti o capitalisti. Tornerò su questo in seguito. Ma per preparare il terreno, voglio considerare altre condizioni.

1. Prima è una condizione di unità. è essenziale a questo tipo di governo, in accordo con la terza concezione che sto difendendo, che i partecipanti vedano se stessi come coinvolti in una impresa comune di salvaguardia dei loro diritti di cittadini. Questo significa non solo che approvino questo tipo di regime in generale, ma che sentano se stessi particolarmente legati ai loro compatrioti in una comune difesa di questi diritti.

Quando si verifica qualche attentato contro la democrazia e lo stato di diritto, come nel settembre del 1973 in Cile, in particolare quando è accompagnato da uccisioni su larga scala, l’opinione pubblica nel mondo civilizzato è profondamente scioccata. Molte persone vorrebbero dare un contributo. Questo perché hanno un impegno di principio con la democrazia come forma politica.

Ma questo come sappiamo più purtroppo rimanere al livello delle buone intenzioni, presto distolto dalla mente da altri eventi che reclamano attenzione internazionale. Questo impeto che un cittadino sente di difendere la sua Costituzione, la solidarietà con quei compatrioti i cui diritti sono stati violati, deve essere più forte di questo se vuol essere veramente efficace. Quella forza extra deve venire da un senso di solidarietà, che più di un semplice impegno generico alla democrazia, mi leghi con queste persone particolari, i miei compatrioti.

Questo senso di solidarietà è parte del significato originale di “patriottismo” che ho menzionato prima. Oggigiorno la parola ha cambiato il suo significato, quanto meno in inglese e in francese. H evirato verso un senso più vicino al “nazionalismo”, che non è ciò che significava, diciamo, nella Rivoluzione Americana e Francese. Ma questo cambio non è totalmente senza significato. Perché il senso di solidarietà tra cittadini è largamente accompagnato ai giorni nostri da un sentimento nazionalista. Non so di nessun caso nel mondo contemporaneo in cui questo senso sia forte ove non sia almeno parzialmente radicato sul nazionalismo.

Fare affidamento sull’identità nazionale, può ogni caso, essere una sorgente di debolezza. L’identità nazionale è spesso basata sulla lingua, o sulla cultura, ed è costituita da un certo senso della storia e della genesi di un gruppo culturale – che in alcuni casi può essere immaginario. La coscienza nazionale dipende sensibilmente da un certo tipo di narrativa che genera un senso del da dove veniamo e del dove andiamo. Ma questa narrativa privilegiata può non avere nulla a che fare con il nostro essere uniti nell’impresa dell’auto determinazione. Può addirittura incorporare qualcosa di incompatibile con questo. Lungo il diciannovesimo secolo e la prima parte del ventesimo una larga porzione della popolazione francese era suscettibile alla storia della grandezza nazionale francese che era ostile alle sue istituzioni repubblicane. Per queste persone, il nazionalismo lavorava contro la democrazia nel nome di regimi alternativi usualmente di stampo monarchico. Tutto questo giunse alla sordida fine di Vichy. Piuttosto Vichy fu l’esperienza negativo finale; de Gaulle fornì la leadership positiva per la transizione, in quanto cattolico, ufficiale nazionalista, che ciò non di meno assurse alla difesa della Francia Repubblicana.

Le democrazie stabili a lungo termine sono state generalmente quelle in cui l’identità nazionale è votata alle istituzioni e alle pratiche di autodeterminazione. Sono state quelle in cui la narrazione nazionale, mitica o veridica, ha considerato la crescita delle istituzioni democratiche come uno dei suoi temi principali, dove appartenere alla nazione è in parte definito in termini di lealtà a queste istituzioni.

Le democrazie anglosassoni sono state generalmente fortunate sotto questo aspetto. Il caso britannico è particolarmente istruttivo. Poiché infatti una politia democratica è minacciata non solo da un senso debole di unità ma ancor di più da forti divisioni interne. Ameno che queste non siano compensate da un forte senso di solidarietà nazionale, le istituzioni di autodeterminazione possono essere spazzate via nel contrasto civile e rimpiazzate da una forma dispotica. Ora la caratteristica interessante della politica britannica in questo secolo è stata la forte polarizzazione di classe che l’ha caratterizzata.

Il movimento operaio si sviluppò in una ricca e variegata struttura istituzionale, sindacati, cooperative, il Partito Laburista; e in effetti tenne la fedeltà di una gran parte dei lavoratori fino a poco tempo fa. Divenne in un certo senso una subcultura politica a sé. Ma centrale per questa subcultura fu il suo impegno nei confronti del governo parlamentare. Fino a poco tempo fa, poi, la polarizzazione della politica britannica ha in effetti rafforzato il regime democratico. Che possa non essere così in futuro è il risultato di certi ciechi eccessi della destra britannica di cui mi occuperò oltre.

2. La seconda condizione alla quale voglio guardare è quella della partecipazione. Il pericolo su larga scala che minaccia le democrazie del ventesimo secolo è l’atrofia della partecipazione. Di fronte a un governo che funziona sempre più burocraticamente e deve esso stesso negoziare e mantenersi all’interno di altre burocrazie di larga scala, soprattutto private; le cui decisioni hanno effetti ramificati che nessuno supervisiona totalmente; che funziona sulla scala dell’intera società e di una economia complessa di svariati milioni di persone  – di fronte a tutto questo molti cittadini sentono la loro crescente impotenza e tendono a ritrarsi. Questo crea il clima in cui la teoria economica sembra essere la più appropriata. In effetti i suoi meccanismi sembrano offrire l’ultima w migliore speranza di democrazia nell’era della burocrazia.

Ma è altrettanto chiaro che questa atrofia della partecipazione deve minare il senso dell’essere coinvolti in una impresa comune di autodeterminazione. La democrazia, intesa in questo mio terzo senso, non può campare a lungo di questo. Più specificamente, in una società largamente dormiente, burocratizzata, nella quale l’unico atto di partecipazione era il voto dato una volta ogni quattro anni, il senso della dignità dei cittadini sarebbe difficile da sostenere; e così il senso che le leggi e le istituzioni siano un comune deposito di questa dignità  si indebolirebbe, forse sino al punto di sparire del tutto.

La democrazia vive così di partecipazione. Con questa io intendo i movimenti in cui i cittadini si organizzano per avere un impatto sul processo politico, per alterare la pubblica opinione, per mettere pressione sui governi, per far eleggere alcune persone o occasionalmente per fare qualcosa con le loro forze che il governo non farebbe.

Questi movimenti generano un senso di potere dei cittadini e anche un senso di scopo comune di cui ho parlato sopra come il nucleo esperienziale che tiene vivo l’immagine roussoiana della volontà generale. In aggiunta si trovano spesso in una relazione ostile con i grandi governi  e compagnie burocratiche. Da qui nasce facilmente l’idea di costruire una politia che possa consistere in qualche modo di sola partecipazione diretta. Questa era una delle idee dietro la formula del governo dei soviet, presa dall’esperienza rivoluzionaria dei consigli dei soldati e degli operai e presumibilmente resa parte della normale operazione dello Stato nelle prime Costituzioni postrivoluzionarie.

Questa parola è ora una triste beffa. Non tutti i tentativi simili necessariamente vanno in quel modo. Ma non di meno c’è qualcosa di crucialmente fallace in questa formula. L’assunto che il governo possa essere della volontà generale è impraticabile come ho sostenuto precedentemente. Ma anche dove la partecipazione diretta non genera questa illusione, persino dove un riguardo sano rimane per l’esistenza del dissenso e della rivalità, il governo per partecipazione diretta dovrebbe produrre una guida da parte di una un minoranze di attivisti. Si potrebbe chiedere cosa ci sia di così sbagliato in questo.

Poiché oggi siamo così spesso governati da minoranze nascoste: burocrati, pubblici e privati. Ma il punto a proposito del regime di suffragio universale è che può offrire qualche potere che controbilanci quello di queste minoranze. Questo è il nocciolo di un importante verità nella teoria economica. Il voto di massa dove tutti i partecipanti possono dire la loro ogni quattro anni, può non rappresentare molto in relazione alle richieste di dignità dei cittadini. Ma è un’importante salvaguardia dei loro diritti, e conseguentemente un baluardo contro la privazione totale dei loro diritti.

Una democrazia attuabile deve marciar est due gambe: un’autorità centrale che sia responsabile per l’lettorato di massa, che per quanto deludente resta un esercizio di genuino autogoverno; e e diffuse e varie forme di partecipazione diretta. Il problema è come queste possano essere combinate; se sarebbero semplicemente avversarie dove l’azione partecipativa largamente prende la forma di una specie di guerrilla democratica, che cerca di impedire al governo di fare le cose che distrugge e mette a rischio la vita delle persone: come scaricare rifiuti tossici nel loro aree o costruire autostrade nelle loro vicinanze; o che prenda la forma di campagne di scopo a favore o contro l’uccisione delle foche, o le piogge acide dove i partecipanti abbandonano tutta la responsabilità per l’effetto complessivo sull’azione di governo e si concentrano solo sul loro esito preferito.

Relazioni antagonistiche rispetto al potere e campagne di scopo sono una dimensione certamente essenziale dell’azione partecipativa. Ma la questione è come evitare che resti tutto lì. La principale forma alternativa consiste nella partecipazione nell’attività di partito, o nell’azione diretta che ottiene da sola qualche effetto la seconda virtualmente sarà necessariamente su scala locale.

Questo conduce a ciò che pare essere una condizione cruciale per questa specie di partecipazione “positiva”: una qualche significativa decentralizzazione del potere nella società. Laddove qualsiasi cosa di importante nel dominio pubblico è deciso dall’autorità centrale, che inevitabilmente opera su larga scala e a grande distanza dalle comunità in cui le persone vivono le loro vite, le organizzazioni di partito stesse possono diventare opache e resistenti all’azione della società civile; e l’azione diretta diventa virtualmente impossibile.

La decentralizzazione del potere diviene così di grande importanza. Questa può essere territoriale o può essere all’interno di istituzioni. Schemi di controllo dei lavoratori delle industrie pubbliche sono un esempio del secondo tipo. Ma – e qui ritorniamo alla prima condizione che discutevo sopra – la decentralizzazione non può essere semplicemente decretata. Non è sufficiente spezzettare la nazione in un numero di differenti unità territoriali o dichiarare che i lavoratori eleggeranno un consiglio di fabbrica. Queste unità devono corrispondere a praticabili comunità di identificazione.

La stessa cosa vale su una scala più piccola qui a livello dell’intera società. A meno che le persone non si identifichino con queste unità, sentano un reale senso di destino comune e di comune impresa con coloro che la condividono, la partecipazione rimarrà una pia intenzione. Lo vediamo ora nelle elezioni municipali in alcuni paesi dove l’affluenza è estremamente bassa, molto più bassa che alle politiche nazionali. Non si può imporre l’esistenza di condizioni di una praticabile partecipazione democratica in una politia.

Il caso degli Stati Uniti può essere istruttivo qui. C’è una società che ha avuto la tendenza ad essere altamente centralizzata. Dove nonostante la natura regionale della società e la struttura federale del governo, il potere centrale è diventato immensamente forte e le autorità locali sono state esaurite. Questo ha significato una certa minaccia per l’attività partecipativa. Nonostante l’enorme profondità e forza della tradizione partecipativa nella tradizione politica degli Stati Uniti, questo minaccia di diventare sempre più puramente antagonista e orientata ad un singolo tema. E tuttavia non è facile vedere cosa si possa fare a riguardo. La perdita di significato del governo statale ha anche qualcosa a che fare con la coscienza nazionale americana. Non è solo una questione di cambio istituzionale sebbene questo lo abbia esacerbato.

Il caso americano è anche interessante sotto un altro aspetto. In quanto la partecipazione diretta pesa meno nel mantenere un senso di dignità dei cittadini, qualcos’altro l’ha compensata. Questo è stato la tradizione americana di diritti recuperabili giudizialmente. In gran numero la riparazione di lagnanze che in altre società devono avvenire attraverso la legislazione , è condotta negli Stati Uniti attraverso le corti. L’equità dei distretti elettorali, politiche non discriminatorie nel reclutamento nel campo degli affari e politiche inclusive nelle scuole sono state portate avanti attraverso l’azione giudiziale. Gli americani sono un popolo estremamente litigioso. Sembrano sempre sul punto di citarsi in giudizio per ogni motivo di riparazione concepibile e questo di accorda con la loro cultura.

Ma questo, credo, è venuto assumendo un ruolo cruciale nella loro politia. La dignità dei cittadini riposa su un senso di efficacia. Uno lo può ottenere dal fatto di poter partecipare effettivamente. Ma dove questo non accade, uno può anche trarlo dal senso che qualsiasi sia il risultato del processo legislativo che uno a malapena può controllare, uno può ripristinare i propri diritti attraverso i tribunali in virtù di disposizioni radicate nella Costituzione. Il senso che qualunque cosa sia deciso in nome della maggioranza io posso ciò non si meno agire per ripristinare i miei diritti fondamentali è una componente importante del senso americano della dignità.

Questo getta una luce interessante sui fatti del Watergate. Ciò che venne grandemente messo in atto dall’opinione pubblica americana in quell’occasione non fu tanto un attacco al processo partecipativo (questo fu senz’altro un aspetto del Watergate: l’intrusione all’origine fu pensata per danneggiare il Partito Democratico). Fu il flagrante disprezzo per lo stato di diritto. Questo fu ciò che addossò sullo sventurato Nixon l’obbrobrio che lo obbligò a uscire di scena.

Diversamente il Canada ha una cultura politica diversa nella quale la dignità dei cittadini è ancora eminentemente legata al processo partecipativo. Alcune rivelazioni piuttosto scabrose circa azioni illegali della nostra polizia federale sono emerse in questo periodo. E la risposta dell’opinione pubblica è stata minima. I canadesi dall’altra parte hanno famigliarità con la violazione delle norme sul conflitto di interessi da parte di ministri e legislatori che possono essere considerati insignificanti a sud del confine dove i legislatori americani sono virtualmente comprati da interessi speciali.

3. La terza serie di condizioni che voglio considerare sono quelli di un senso di eguale rispetto. Ovviamente questo è centrale in una politica democratica per come io la definisco. Senza questo non ci potrebbe essere comprensione che la politia implica un vero senso comune di difesa dei diritti dei cittadini. Così se qualsiasi gruppo di cittadini, definiti per regione, o cultura, o razza, o classe o per qualsiasi altro motivo arriva a credere di esser stata ignorata o discriminata, la politia democratica è minata nella stessa misura.

Se lasciamo da parte il tema importante della discriminazione di razza e genere, la conquista cruciale delle democrazie moderne nelle quali un qualche senso di eguale rispetto è stato ottenuto – o quanto meno impedite clamorose violazioni di esso – è stata la costruzione dello stato sociale. Lo schema statunitense è stato leggermente differente da quello delle altre democrazie atlantiche nel fatto che il suo stato sociale è meno sviluppato.

Parallelo al suo contare maggiormente alla difesa dei diritti che alla partecipazione è il suo fare affidamento sul mito del self-help (che ovviamente è spesso anche una realtà), piuttosto che sulla pubblica previdenza. Ma anche negli USA cose come la previdenza sociale sono della massima importanza. Non è facile decurtarle, nemmeno per un Presidente apparentemente impegnato al taglio dei costi, come scoprì Reagan.

Questo è il pericolo implicito nell’attuale ondata della destra radicale nelle grandi democrazie anglosassoni. Il sogno di un idillio recuperato nel quale il rispetto di cittadini eguali riposerebbe sull’impegno di agenti autosufficienti, intraprendenti in cui ciascuno controlla le condizioni della propria vita.

Questo è grottescamente fuori fase rispetto al mondo del ventesimo secolo delle vaste burocrazie. Ma nel processo di inseguimento del sogno, e del taglio sulla spesa pubblica, questi ideologi possono minare le condizioni di vita reale del senso di trattamento eguale e di conseguenza infliggere un duro colpo alla vita politica. Il governo Thatcher in Inghilterra può forse finire per produrre risultati catastrofici di questo tipo.

Ma questo ci conduce a una delle profonde distorsioni della democrazia moderna. Lo stato sociale può essere costoso e molto problematico. Il livello di stanziamento che la gente si aspetta, associato ai metodi burocratici di gestione può imporre un fardello economico difficile da reggere. La società democratica si può così trovare spinta verso due corni di un dilemma.

Quel genere di dilemma che ha fornito il pretesto per interventi militari in un gran numero di nazioni, incluso in questo continente. Alcuni colpi di stato in Argentina sono tra questi casi. Ci si aspetta che la dittatura militare sostituisca una democrazia fallimentare che manca della volontà di risolvere i pressanti problemi della società.

I militari, incorrotti rispetto alla partigianeria, e non bisognosi di ingraziarsi gli elettori, proclamano di essere capaci di portare la società attraverso un valico difficoltoso in un trionfo della volontà sulle circostanze e di riconsegnare una società purgata a un nuovo regime civile.

Esperienze ripetute dovrebbe aver dissolto questo mito pacchiano. A meno che uno non resti in un regime dispotico per sempre  – e parte altre obiezioni questo avrà delle conseguenze di impoverimento nel lungo termine, per le ragioni che ho indicato nei rilievi iniziali – la società deve prima o poi affrontare il problema di come combinare le differenti pressioni su di essa.

Il regime militare può guadagnare margine di operazione per applicare una politica economica, come il Cile che divenne terreno di caccia per gli ideologi di Chicago nei tardi anni ’70. Ma nessuna politica economica può produrre crescita sul lungo termine, poiché cambiando la congiuntura questa stessa politica richiederà un cambiamento e questo generalmente richiede un certo grado di consenso per essere efficace.

Cile e Polonia forniscono esempi oggi di società bloccate nella stagnazione economica. dove l’unica via di uscita implica ricreare un qualche consenso politico, che i regimi sono impediti di ricercare a causa del loro terrore per la condivisione del potere – in parte alimentata in ciascun caso dal loro senso del castigo che i loro crimini passati invocherebbero.

Dopo la sbornia di dispotismo, la deve solo riprendere ancora da dove aveva lasciato, cercando vie di risolvere i suoi dilemmi grazie al proprio processo consensuale. L’interludio militare ha generalmente un effetto di indebolimento, minando la fiducia democratica e distruggendo parzialmente le reti di autogoverno democratico. L’unico effetto parziale nell’altra direzione sorge dall’orrore che può aver ispirato trai cittadini, la cui determinazione può essere aumentata nel permettere che accada di nuovo, come sembra il caso dell’Argentina di oggi. Ma questo non è nulla se comparato alla forza che la democrazia guadagna dalla felice soluzione dei propri dilemmi grazie alle proprie risorse.

4. Voglio tornare ora al tema che ho sollevato prima, che riguarda la significatività per la democrazia dei differenti regimi economici, capitalismo e socialismo. Certamente entrambi sono termini non pienamente definiti; conservano una moltitudine di significati. E la risposta a questa domanda sarà diversa per i diversi significati di essi. Non cercherò di definirli all’inizio, anche se questo questo sarebbe il procedimento più saggio. Nel poco tempo che mi resta posso solo fare un paio di rilievi generali e preferirei rimanere aderente alla situazione storica presente, piuttosto che proporre una teoria generale.

Voglio affrontare questa questione dicendo cosa ciascun regime economico abbia di minaccioso per la democrazia e poi muovere da lì a qualche senso provvisorio di possibili direzioni future.

Il capitalismo inizialmente mise ovviamente in pericolo la democrazia e, poiché in alcuni casi giunse prima sulla scena, minacciò di impedirla interamente. La minaccia venne da relazioni inique tra datori di lavoro e lavoratori. Ci si scontrò effettivamente con questo pericolo in ciò che sono diventate le democrazie odierne attraverso lo sviluppo di movimenti popolari, i sindacati tra i più significativi, che poterono controbilanciare questo potere. Il loro peso politico ha in effetti trasformato queste società, e creato alcune condizioni per un senso del mutuo rispetto, incluso quello stato sociale che ho menzionato prima.

Il capitalismo dei nostri giorni pone una minaccia di ordine diverso, in qualche modo più insidiosa. Possiamo vederla su due livelli. Al primo, il capitalismo delle corporation di larga scala, spesso multinazionali nella portata, hanno un impatto importante sulle condizioni di vita delle persone, drenando effettivamente il potere alle istituzioni partecipative e trasferendolo a irresponsabili organizzazioni burocratiche. Su un secondo livello, e questa è la parte insidiosa, l’intera ideologia del consumismo che supporta tende a indurci ad essere acquiescenti con questa abdicazione alla responsabilità, in cambio di un promesso innalzamento costante negli standard individuali di vita.

Quanto più continuiamo in questo modo, la teoria economica appare non solo più realistica ma la sua modalità operativa più desiderabile. L’azione partecipativa è svuotata di significato; sembra piuttosto minacciare il corso fluido del sistema; e la democrazia come deposito comune della dignità dei cittadini è in pericolo. Ciò significa, se ho ragione, che sul lungo termine la politia democratica stessa è in pericolo [12].

Dall’altra parte, il socialismo nella sua versione leninista, è stato un disastro senza attenuanti per la democrazia. La mobilitazione della società da parte di un avanguardia, nelle sue intenzioni onnicomprensiva, ha distrutto i diversi loci dell’autogestione, soggiogato tutti i movimenti potenzialmente indipendenti a un partito in totale simbiosi con lo Stato – a questo proposito il destino dei sindacati è stato particolarmente significativo – e ha impedito a qualsiasi nuovo spazio di autodeterminazione di svilupparsi.

Il risultato sul lungo periodo è stato profondamente debilitante. Se il caso sovietico può essere considerato rappresentativo, il risultato è una stagnazione economica di proporzioni massive, associata ad una regressione paralizzante delle capacità di autogestione e autorganizzazione della società. Il pensiero spaventoso è che sul lungo termine il dispotismo si possa rendere indispensabile giacché le persone perdano l’abilità di gestire i loro affari senza di esso. Due lezioni sembrano emergere dalla spiacevole storia del socialismo del ventesimo secolo. La prima è che i socialisti democratici hanno bisogno urgentemente si mettere alle loro spalle l’illusione rousseauviana-marxista-leninista della volontà generale come base per una società democratica: che il nostro modello di socialismo deve incorporare rivalità e conflitto.

La seconda lezione è più particolare. Non sembra esserci un modo praticabile di gestire una economia per la crescita che non accordi un vasto spazio al mercato. Tutto il modello marxiano del socialismo in quanto fondato su una abolizione del mercato deve essere scartato. Tra le minacce poste dal capitalismo delle corporation e il suo annichilimento sotto il socialismo leninista, la democrazia deve trovare la sua strada. Alcuni disperano totalmente di poter trovare tale via. Io preferisco rimanere ottimista. Se c’è un sentiero, qualcuno potrebbe tracciarne la direzione generale. Dovrebbe essere una società nella quale il potere delle grandi corporation fosse almeno compensato se non addirittura sottoposto ad un regime di proprietà pubblica. Ma le vaste burocrazie private dovrebbero essere sostituite da qualcosa di diverso da una massiccia controparte pubblica. L’economia dovrebbe essere mista, nel senso di assegnare un ruolo importante al mercato mentre allo stesso tempo essere diretta da pianificazione. E ci dovrebbe essere un grado sostanziale di potere decentrato, consentendo che decisione significative vengano prese vicino alle comunità che ne vengono toccate.

Se uno potesse risolvere i dilemmi impliciti in quanto detto sopra, la società democratica ideale godrebbe forse di un regime economico sinora mai sperimentato: uno in cui molte imprese private di piccola scala coesistessero con corporation pubbliche di larga scala, esse stesse sotto un sistema di autogestione dei lavoratori; il tutto coordinato da un mercato che fosse gestito in accordo con linee guida da uno stato a struttura federale. Esisterà mai? Forse no. Io lo presento concentrando in un singolo ritratto (parodiando Platone)[13] le direzioni in cui potremmo doverci muovere al fine di preservare una forma di democrazia praticabile.

[1] Cile.

[2] L’America Latina

[3] Schumpeter, Joseph. Capitalism, Socialism & Democracy.

[4] Truman, David. The Governmental Process.

[5] Easton, Easton. A Systems Analysis of Political Life; Almond, Gabriel and Coleman, James. The Politics of the Developing Areas.

[6] Rousseau, Jean-Jacques. Du Contrat Social, I.6.

[7] Marx, Karl – Engels, Friedrich. Communist Manifesto.

[8] De Tocqueville, Alexis. De la Démocratie en Amérique; e L’Ancien régime et la Revolution

[9] Arendt, Hannah. The Human Condition

[10] Macpherson, Brough. The Real World of Democracy.

[11] Come nel caso di Sparta, per esempio.

[12] Ho discusso questa interrelazione tra capitalismo, consumismo e democrazia più diffusamente nel mio ‘Legitimation Crisis?’, in: Philosophy and the Human Sciences, Cambridge 1985.

[13] Platone: Repubblica, 592B.

Charles Taylor era stato invitato nel 1986 a Santiago del Cile dal Centro de Estudios de la Realidad Contemporánea (CERC), un centro di ricerca indipendente organizzato  dall’Academia de Humanismo Cristiano. Il suo intervento fu pubblicato inizialmente in spagnolo con il titolo ‘Algunas Condiciones para una Democracìa Viable’ in: Democracìa y Participaciòn, ed. R. Alvagay and Carlos Ruiz, Santiago: Ediciones Melquiades 1988. All’inizio degli anni ’90 l’autore consegnò il manoscritto a Transit, dove fu tradotto in tedesco e pubblicato con il titolo ‘Wieviel Gemeinschaft braucht die Demokratie?’ in: Transit no. 5 (Gute Gesellschaft), co-edited with Otto Kallscheuer, Winter 1992/93. La versione inglese fu pubblicata per la prima volta in Kritika & Kontext no. 49–50 (2016,http://kritika.sk/pdf/49_50/12.pdf).

via Alcune condizioni per una democrazia praticabile — Felix Fallacks

LA VITA, L’AMORE, LA DEPRESSIONE: LE CONFESSIONI DI ALMÓDOVAR

In “Dolor y gloria” il regista spagnolo mette a nudo la sua anima in un’opera magistrale, interpretato da un sensazionale Antonio Banderas

Uomini sull’ orlo di una crisi di nervi. Dolor y Gloria è uno specchio, un riflesso dell’ anima di Pedro Almodóvar. Il maestro spagnolo si mette a nudo, si fonde con un sensazionale Antonio Banderas. Si interroga sulla sua vita, sul passato, sull’ amore per il suo lavoro. Il pretesto è quello di narrare di un regista al di là con gli anni, in piena crisi. In gioventù a salvarlo è stato il cinema, quello mostrato in Abbracci spezzati, quello che fa sognare un ragazzino quando a tutto schermo compare il volto di Marilyn. Ricordi, sorrisi, contrapposti alla difficoltà di non essere più giovani.

Almodóvar realizza un’ opera fiammeggiante, nei colori e nello spirito. Non si fa sconti, ammette le proprie responsabilità, guarda all’ infanzia con malinconia. Ancora una volta la donna ha un ruolo centrale. È il cuore della famiglia, il cardine dell’ esistenza, la chiave di ogni mistero. È un ritorno (Volver), a quando non si sentiva solo, a quando vicino a lui c’ era il pilastro della sua arte: la mamma. Tutto su mia madre, ma anche tutto sull’ essere cineasti, sulla fragilità dell’ essere umano.

Dolor y Gloria è una confessione, il racconto di tanti decenni sussurrato all’ orecchio, con la grazia di chi ha imparato a rispettare i tormenti di ognuno. Il protagonista è depresso, non vuole uscire di casa, inizia anche a far uso di droghe. Cerca di nascondersi in una realtà annebbiata, per sfuggire alla malinconia. Vorrebbe annientarsi. Nel suo rifugio che sembra un museo, dove i colori accesi si scontrano con la quotidianità ormai grigia.

Da antologia la sequenza in cui spiega tutti i suoi acciacchi, dal mal di schiena all’ emicrania.  Almodóvar torna a sperimentare, come nel bianco e nero di Parla con lei. Compare una spina dorsale, e una voce fuori campo ragiona sul perché non smetta di far male. Prendono forma un cervello, uno scheletro… Il corpo viene dissezionato, come l’ importanza di essere artisti, di tramandare le proprie conoscenze. Bisogna tornare alle origini per comprendersi. La lontananza del padre, nel film quasi assente, la figura di una madre eroica, pronta a caricarsi il mondo sulle spalle. Nella povertà, ha scelto di essere sempre al fianco del suo bambino. E allora si giunge alla domanda: “Sarò stato un bravo figlio?”.

Se lo chiede Almodóvar/Banderas, ce lo chiediamo noi. “Scusa se non sono quello che avresti voluto”. Una carezza, un piccolo gesto, uno sguardo che supera la finzione e diventa realtà.  In un abbraccio tenero, carico di rimpianti, di “avrei voluto”, di felicità e tristezza. Le linee narrative si mescolano, l’ intreccio postmoderno esalta il talento di chi sta dietro la macchina da presa. Dolor y Gloria è l’ altra faccia di Julieta, è magico nella sua tenerezza, testamentario, ma allo stesso tempo energico. Con i capelli scuri che cedono il passo a quelli bianchi, e le passioni che piano piano si sopiscono. “Un’ opera maestra”, come l’ avrebbe definita l’ insegnante di balletto di Parla con lei.

via LA VITA, L’AMORE, LA DEPRESSIONE: LE CONFESSIONI DI ALMÓDOVAR —

La nuova Guerra Fredda tra USA e Cina

La guerra dei dazi tra gli Stati Uniti e la Cina è soltanto la prima scaramuccia in grande stile di un conflitto più ampio in corso da tempo. Se durante la Guerra Fredda il primato tra le due potenze si giocava sulla forza militare e sulle armi nucleari, in questa fase la supremazia – pur continuando a poggiare sull’apparato bellico – si baserà soprattutto sulla potenza economica e sulla capacità di controllare i settori strategici della nuova economia. Il piano di Pechino, sintetizzato nel progetto Made in China 2025, prevede il raggiungimento della parità economica con gli Stati Uniti tra soli 6 anni, mentre il sorpasso nel campo dell’intelligenza artificiale è previsto nel 2030. Le caratteristiche di questo scontro per l’egemonia sono dunque in buona misura originali rispetto al passato: questo perché, mentre ai tempi della Guerra Fredda le due potenze prosperavano all’interno di sistemi economici autonomi l’uno dall’altro, oggi i duellanti fanno parte dello stesso mercato globale, anzi, ne sono i pilastri. Entrambi hanno reso possibile la globalizzazione, entrambi sono fermamente capitalisti e ormai sono interdipendenti. La Cina dipende dal mercato statunitense per mantenere i suoi ritmi di crescita e dare sbocco alle proprie merci, gli USA dipendono dalla Cina in qualità di acquirente del debito pubblico, dei prodotti agricoli e dell’alta tecnologia statunitensi.

Non si era mai visto uno scontro tra due Paesi che sono il primo mercato (gli USA per la Cina) e il secondo creditore (la Cina per gli USA) l’uno dell’altro. Tuttavia anche gli altri conflitti post-Guerra Fredda nascondono spesso la stessa grande contraddizione: vedono contrapposti Stati fortemente vincolati da legami commerciali o produttivi. Su scala minore sono emblematici i casi del Venezuela di Nicolás Maduro, osteggiato da Washington (e sostenuto da Russia e Cina) pur avendo sempre avuto come primo cliente gli Stati Uniti; e dell’Iran, che in Medio Oriente sostiene regimi ostili all’Europa ma ha bisogno dello sbocco di mercato europeo per il suo petrolio. È l’eredità della globalizzazione, che negli anni ’90 scardinò chiusure e barriere, spostando competenze e capitali. Proprio per via di questi legami, oggi i conflitti combattuti con le armi riguardano pochi scenari: regioni per lo più marginali per l’economia mondiale, come nel caso palestinese, oppure Paesi che sono oggetto di una contesa tra grandi portatori di interesse, come nel caso della Libia.

Ma la situazione è comunque pericolosa. Se non altro perché, contestualmente alla crescita di questi conflitti, sta tramontando l’intero impianto multilaterale mondiale: dagli accordi commerciali alle azioni contro il cambiamento climatico, dalla mediazione per risolvere le guerre alla tutela dei diritti umani. È un gigantesco “liberi tutti” nel quale emergono quotidiane violazioni di ogni tipo di regola senza che si registri nemmeno una protesta formale. La lotta per la supremazia, oppure per la sopravvivenza, non ammette che si perda tempo a riflettere sulle conseguenze prodotte dal moltiplicarsi di autoritarismi e totalitarismi. E intanto la democrazia sta visibilmente arretrando, anno dopo anno.

È questa la grande differenza tra l’epoca della Guerra Fredda, quando i contendenti propugnavano due tipi diversi di democrazia, con mercato e senza mercato, e la situazione di oggi, in cui si lotta solo per il controllo del mercato, a prescindere da tutto il resto. Questa nuova Guerra Fredda senza ideologia sancisce il trionfo dell’economia, alla quale dagli anni ’90 è stato delegato ogni potere di indirizzo. Ma il mondo non è un’azienda, e il rischio per tutti è che i Paesi in gara per la supremazia sono armati fino ai denti.

 

via La nuova Guerra Fredda tra USA e Cina — alfredosomoza

MOMENTI D’AMORE

Onda Lucana

MOMENTI D’AMORE

Tratto da:Onda Lucana ®by Antonio Lanza-Pescopagano (pz)

Sei sempre nei miei sogni

ogni momento io ti sento,

tu la regina del mio regno,

l’alba radiosa, il tramonto.

Vorrei allontanare il vento

e far brillare sempre il sole,

suggellare tutti i momenti

d’amore, tutte le tue parole.

Accanto a te, io sono sereno,

sei tu, la mia musica divina

mi tieni stretta sul tuo seno

e vola la notte con te vicino.

Tace il cuore, la mano sfiora

le labbra mie senza sorriso,

la sento come petalo leggera,

che poi si posa sul mio viso.

Su di noi si apre il cielo blu

anche i fiori sono incantati,

mi sveglia il bacio che dai tu

e sono felice d’averti trovata.

Sei la fiamma dell’anima mia,

la magia di una notte d’estate,

una folle gioia che spazza via

i tormenti di una vita vissuta.

Momenti d’amore sai donare,

un…

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Eurovision 2019, gli Hatari (Islanda) fischiati per la bandiera palestinese. Ma anche due ballerini di Madonna indossavano quelle di Israele e Palestina?

La finale dell’Eurovision Song Contest 2019 è stata vinta dai Paesi Bassi e l’Italia è arrivata seconda grazie a Mahmood e alla sua hit “Soldi”. Durante la serata, però, è stata attesissima la performance di Madonna, da giorni “in dubbio” sulla sua eventuale esibizione ma, poi, apparsa serena sul palco, impegnata in due brani, il classico “Like a prayer” e il nuovo singolo “Future” feat. Quavo.

Una coreografia e scenografia della performance curata nei minimi dettagli, tra coro gospel e un lancio nel vuoto, di schiena, da parte dell’artista e del rapper. Ma, sul web, i più attenti hanno sottolineato come, due ballerini, proprio nel finale, si siano incamminati, abbracciati, indossando un abito con bandiera israeliana e palestinese, sulla schiena.

 

Come riportato dall’Indipendent, una dichiarazione ufficiale dell’Eurovision ha sottolineato che questo non faceva parte delle prove e non era stato chiarito con la European Broadcasting Union o l’emittente pubblica.

“L’Eurovision Song Contest è un evento non politico e Madonna ne è stata informata”

 

Se questo dettaglio non è apparso così evidente, visto anche le inquadrature durante la performance, ed è apparso in rete solo in seguito, i rappresentanti dell’Islanda -invece- sono stati palesemente fischiati durante l’assegnazione dei punti del televoto.

Il motivo? Gli Hatari -band che ha rappresentato il Paese nella gara- hanno mostrato, in primo piano, alla telecamera, proprio la bandiera palestinese. Per qualche minuto è nato un imbarazzo in sala, con i conduttori che sono andati avanti con la diretta mentre la sala fischiava e rumoreggiava.

via Eurovision 2019, gli Hatari (Islanda) fischiati per la bandiera palestinese. Ma anche due ballerini di Madonna indossavano quelle di Israele e Palestina? — TVBlog.it

Street Food-Good Food

Onda Lucana

Tradizione e futuro della pizza 

Tratto da:Onda Lucana®by Nicola Gallo

Gardo Tadino (PG)-Si e’ svolto nei giorni 6/7 e 8 maggio, il corso: Master Istruttore presso la Good in Food Academy, in merito a codesto seminario che ha estrapolato la storia e la tradizione degli antichi maestri fornai, potrei in ambito raccontarvi alcuni cenni storici che hanno interessato tutti noi al Master, riguardanti la “regina” delle pizze: la “Margherita” e in alternativa altre due versioni tipiche del passato come;”Mastu’ Nicola”e la “Marinara”, esaltate oggi in diverse modi in tutto il mondo, sempre amate e consumate con gusto.

Trasbordiamoci nell’anno 1889, con i coniugi Esposito, i quali prepararono la pizza “Margherita” in onore della Regina Margherita, moglie di Umberto sovrano d’Italia.

La leggenda racconta che i reali, alloggiando presso la Reggia di CapodiMonte nella città di Napoli, avendo avuto conoscenza del sentito dire di abili maestri nella preparazione…

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ZZ Top

ZZ Top – Gimme All Your Lovin’ (OFFICIAL MUSIC VIDEO)

ZZ Top

Pubblicato il 1 lug 2013

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Watch the official music video for ZZ Top – Gimme All Your Lovin’ Get ZZ Top music: iTunes: https://itunes.apple.com/us/artist/zz… Amazon: http://amzn.to/11574tw Visit our website: http://zztop.com Like us on FaceBook: https://www.facebook.com/ZZTop Official Merchandise: http://zztop.shop.bravadousa.com/ Click Here for More ZZ Top Videos: http://goo.gl/sYUO1 Click Here to Subscribe: http://goo.gl/G21T8

Categoria

Musica

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Brano

Gimme All Your Lovin’ (Remastered)

Artista

ZZ Top

Album

Chrome, Smoke & BBQ: The ZZ Top CD Box Set (US Release)

Autori

Billy Gibbons, Dusty Hill, Frank Beard

Concesso in licenza a YouTube da

WMG (a nome di Rhino Warner); CMRRA, ARESA, LatinAutor – PeerMusic, BMG Rights Management, LatinAutor, UMPI, Abramus Digital, AdRev Publishing e 11 società di gestione dei diritti musicali.


by Revolver Boots

Mondo senza pietà

Onda Lucana

Mondo senza pietà

Tratto da:Onda Lucana ®by Antonio Lanza-Pescopagano (pz)

Ho gli occhi spenti non vedo lontano,

la pioggia aumenta la mia malinconia,

un mondo di misteri, e pieno di fobie

cancella in me tutto quel che rimane.

Mondo senza pietà, senza amore

non accendi più le stelle nel cielo

a un vagabondo che si sente solo

e la bontà non abita più nel cuore.

Perché non sei più tu,

sei cambiato come mai,

sapessi il male che mi fai,

io non ti riconosco più.

Il mattino spunta ma non da speranza

dove andare e che fare, io non conosco,

non sussurra il vento laggiù nel bosco,

mentre una volta che gioia quella danza.

Mondo distratto senza passioni,

che spingi il mare contro le vele,

su un prato in fiore oscuri il sole,

sei vinto da altre mille tentazioni.

Perché ti diverti tanto tu

con la tristezza, che uccide

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SPY FINANZA/ Le finte “destabilizzazioni” che passano da gilet gialli e M5s

18.05.2019 – Mauro Bottarelli ilsussidiario.net

I gilet gialli sono serviti alla fine ad aiutare Macron. E anche in Italia le forze anti-sistema sembrano poi finire per sorreggerlo

Gilet gialli a Parigi (LaPresse)

Quale piazza farà più rumore oggi? Quella di Milano, dove il ministro Salvini ha chiamato a raccolta i militanti per la chiusura pubblica della campagna elettorale in vista delle europee o quella di Parigi, simbolo di ogni città francese che scenderà in strada per il 27mo sabato di protesta contro il Governo? Non è una domanda polemica, né retorica. È sostanziale. E dirimente. Perché, piaccia o meno, fra millantarsi e autoproclamarsi testa d’ariete contro il sistema e scoprirsi avanguardia sotto copertura dello stesso, il passo è breve di questi tempi. E il caso francese è di scuola, in tal senso. Come sapete, ho denunciato la natura strumentale e destabilizzante in senso di perpetuazione dello status quo del movimento dei “gilet gialli” fin da principio, non temo smentite al riguardo. Oggi è ora di tirare le somme, visto che, come dicono i francesi, le jeux sont faits. Vi invito a dare un’occhiata a questo link, tratto dalla versione on-line di Le Monde, perché è davvero istruttivo.

Primo, ci mostra come anche Oltralpe la passione per la scissione politica dell’atomo sia ormai inarrestabile: sono infatti ben 34 le liste presenti, un guazzabuglio informe e incredibile di istanze spesso al limite del ridicolo. Ovviamente, con due temi preponderanti, declinati in varie sfumature e accenti: la lotta alla povertà e per l’ambiente e quella contro Bruxelles, spesso intesa come palese sostegno al cosiddetto Frexit, l’uscita della Francia dall’Ue. Sapete chi manca? I “gilet gialli”. O meglio, qualcuno di loro – più furbo – si è inventato la sua listarella semi-personale o si è arrabattato per una sorta di esistenza dentro liste già esistenti. Ma non esiste il “Partito della protesta” ufficiale, l’emanazione politica del movimento che da novembre scorso infiamma ogni sabato francese che Dio mandi in terra.

Eppure, non più tardi di inizio anno, dopo il messaggio alla nazione di Emmanuel Macron, i soliti politologi di lungo corso prefiguravano terremoti istituzionali. Addirittura recitavano il de profundis per la fine politica anticipata dell’inquilino dell’Eliseo, vero poster-boy dell’europeismo in calo di appeal popolare, magari mettendo già in ghiaccio lo champagne da stappare per le sue dimissioni sotto pressione della piazza. E, soprattutto, ci si lanciava in ardite previsioni: i “gilet gialli” e il loro soggetto politico in elaborazione sarebbero pesati fra il 13% e il 15% alle elezioni europee, il vero punto di nuovo equilibrio della bilancia nazionale. E, infatti, attorno a gennaio, prima delle devastazioni sugli Champs Elysées, tutti andavano a lisciare loro il pelo. La destra della Le Pen, così la sinistra di Mélenchon. Senza scordare, ovviamente, quel Machiavelli sotto mentite spoglie del nostro vice-premier, Luigi Di Maio. Tutti in pellegrinaggio dagli scappati di casa, incapaci di organizzare una singola lista per le amministrative di un comune di 8mila abitanti ma mediaticamente fortissimi, grazie alle imprese da Sanculotti 2.0 di casseurs e black bloc. E alla fine, com’è andata? Come vi avevo detto: si sono ridotti a pulviscolo. E non solo nelle prospettive elettorali, proprio nelle piazze, viste le presenze residuali degli ultimi due sabati.

Ed Emmanuel Macron, dove è finito? Ritirato a vita privata? Conferenziere alla Clinton o alla Blair? Intento a scrivere un libro di memorie? No, è tranquillo all’Eliseo. Anzi, sta battendo tutto il Paese come un matto per l’ultima settimana della campagna elettorale. Ed ecco subentrare il secondo abbaglio, dopo quella dell’onda gialla che avrebbe travolto la paludata e classista pattuglia di potere dell’ex banchiere Rothschild: da ieri, tutti esaltano il primo posto nei sondaggi del Rassemblement National di Marine Le Pen come atto collaterale della protesta di piazza. E, per tutti, questo è divenuto comodo alibi cui aggrapparsi. Per gli europeisti, l’ennesimo segnale di deriva anti-Ue da fermare a ogni costo. Per i sovranisti, la riprova che la rabbia popolare si può incanalare in un voto che è divenuto, segno dei tempi, interclassista e post-ideologico, purché sia anti-Bruxelles e percepito come contrario allo status quo. Ma la realtà, anche in questo caso, è un pochino differente.

Ce lo mostra questa analisi di Le Figaro, la quale certifica il capolavoro compiuto proprio dai poteri forti – i quali in Francia esistono ancora e per davvero – attraverso l’operazione “gilet gialli”, lo sfogatoio spaccatutto del qualunquismo piccolo-borghese che gioca alla rivoluzione per un po’, tanto per vedere l’effetto che fa. Sapete a chi ha drenato consensi con il badile la Le Pen, arrivando anche così al primo posto nei sondaggi pre-elettorali? All’unica alternativa istituzionale, repubblicana e credibile di sinistra in Francia, ovvero La France insoumise di Jean-Luc Mélenchon. Nel cui elettorato, il 36% dichiara di avere una “buona opinione” rispetto al partito della Le Pen, un dato che solo quattro anni fa era inchiodato a un più naturale e ontologico 5%. Esatto, il 36%. Esattamente la stessa percentuale di cui è accreditato il Rassemblement National in vista del voto di domenica prossima.

E pensate che Emmanuel Macron abbia paura di questo? No, lui volevaquesta polarizzazione del voto, la bramava. Per il semplice fatto che, come ci insegnano le ultime quattro elezioni presidenziali francesi, ogni volta che lo scontro si semplifica e porta da un lato la destra del fu Front National e dall’altro qualunque cartonato di turno la Republique abbia a disposizione e portata di mano nella battaglia antifascista del momento, quest’ultimo sul medio termine vinca. Chirac, Hollande, Sarkozy, lo stesso Macron in prospettiva: politicamente impresentabili, pressoché inetti, usciti dall’Eliseo o travolti dagli scandali o con percentuali di sostegno popolari simili a quelle di un condannato per strage e finiti nel dimenticatoio. Ma, comunque, in grado di battere l’alternativa anti-sistema, quando è stato necessario. Sarà così anche per Macron? Ovviamente sì, la parabola meteoritica ed eterodossa del movimento dei “gilet gialli” ce lo conferma, ogni giorno di più.

E pensate che il giallo come colore prevalente sia un caso? Chi utilizza nel simbolo e nelle bandiere, in Italia, quel colore? E chi sta beneficiando della Tangentopoli 2.0 e in sedicesimi in atto, casualmente, a ridosso delle europee? Oltretutto, avendo anche la poca decenza di evocarla direttamente, sentenziando che domenica prossima la scelta è fra “noi o la nuova Tangentopoli”? Avete un’idea, per caso? Un sospetto? Un indizio? Davvero pensavate che gente come Toninelli o la Lezzi o la Castelli potessero arrivare ad ambire a ruoli ministeriali in un Paese del G7, se questo non fosse stato parte integrante di una strategia di ben più ampia di stabilizzazione degli equilibri in pericolo, la quale passa sempre attraverso la dissimulazione e la cortina fumogena del caos giustizialista e populista per lisciare il pelo al cosiddetto e mitologico “popolo”?

Rileggete Sun-Tzu, prima di andare alle urne. Fidatevi. Al ministro Salvini, invece, qualunque sia l’esito numerico della sua adunata odierna, consiglio Il signore delle mosche. Forse, capirà di quale gioco è divenuto – suo malgrado – inconsapevole pedina, pensando davvero di poter cambiare le cose con un’alleanza talmente rivoluzionaria e di cambiamento da basarsi interamente sul più formale e notarile dei patti. Ovvero, un contratto.

via SPY FINANZA/ Le finte “destabilizzazioni” che passano da gilet gialli e M5s —

KAPITAL FOOTBALL CLUB ovvero come multinazionali e finanza stanno cambiando il gioco del calcio

Sabato 20 Aprile scorso la Juventus ha vinto il suo ottavo scudetto consecutivo.
Non si era mai verificato in precedenza che, nella ormai più che centenaria storia del calcio italiano, una squadra arrivasse a una simile sequenza di successi. Il distacco sugli altri “competitor” si è dilatato in un vero e proprio dominio incontrastato ed è stato schiacciante nelle statistiche, con numeri che non lasciano spazio ad interpretazioni.
Si può anche pronosticare, senza grossi rischi di essere sconfessati, che questo dominio resterà una costante anche per i prossimi anni. Le stesse altre partecipanti al campionato italiano di serie A sembrano ormai adeguarsi a questa inviolabile supremazia e si pongono obiettivi alternativi alla vittoria finale, accontentandosi di una dignitosa sopravvivenza agonistica nel tentativo di non disperdere eccessivamente l’interesse dei tifosi.

Questa polarizzazione delle vittorie sportive nel calcio italiano è una novità.
Se è vero che ultimi 15 anni solo 3 squadre hanno vinto il campionato di serie A (Juve, Inter e Milan), nei precedenti 15 anni le squadre vincenti erano state il doppio (6) e dal 1998 al 2001 ogni anno il titolo di campione d’Italia era stato vinto da una squadra diversa (Juve, Milan, Roma e Lazio). Questi semplici dati sembrano confermare una tendenza che appare comune nei tornei calcistici dell’Europa che conta (Germania, Inghilterra, Spagna e Francia) con una radicalizzazione dei risultati sportivi nelle mani di poche società calcistiche.
Quali le ragioni di questa radicalizzazione?

Il calcio ha assunto un ruolo fondamentale sia nell’industria dello spettacolo, di cui rappresenta il 35% dei volumi d’affari, sia come business in assoluto, con fatturazioni per 4,5 miliardi di euro e investimenti che lo collocano al terzo posto come settore economico italiano in ambito M&A (fusioni, acquisizioni, incorporazioni). L’industria calcio occupa direttamente 40mila persone e, nel suo complesso, genera un indotto economico stimato in 18,1 miliardi di euro all’anno. Alcune delle più importanti società calcistiche sono quotate in borsa.
La proprietà delle società calcistiche è stata sino ai primi anni del 2000 un fatto che riguardava quasi esclusivamente grandi industriali, petrolieri, Tycoon della comunicazione e ricchi commercianti. Figure assimilabili ai mecenati rinascimentali, munifici possessori di ingenti capitali e tutti appassionati della nobile arte la cui musa, invenzione di Gianni Brera, è la dea Eupalla.
A sparigliare il mazzo è intervenuta prepotentemente l’UEFA, l’ente calcistico europeo che fa capo a tutte le federazioni calcistiche nazionali, che ha introdotto nel 2011 un nuovo regolamento (Financial Fair Play) sulla gestione economica delle società calcistiche europee, con l’intenzione di stimolare l’auto-sostenibilità finanziaria ancorando i debiti delle società ai ricavi, promuovere l’investimento in infrastrutture (stadi), incoraggiare la crescita dei settori giovanili e razionalizzare i costi degli ingaggi e dei trasferimenti.

Limitando l’indebitamento ad un livello direttamente proporzionale ai ricavi, l’UEFA ha di fatto messo fuori gioco i mecenati del calcio che usavano spostare liquidità dalle proprie aziende alle società calcistiche di cui erano azionisti di maggioranza.

L’effetto economico era di ridurre l’attivo delle aziende di famiglia, e quindi la tassazione diretta, prestando denari alla società calcistica ma mantenendo nel contempo la titolarità del debito che, in caso di vendita, sarebbe stato poi rimborsato dal nuovo proprietario del club di calcio. Con le nuove regole, l’azionista deve ripianare i debiti iniettando capitale che viene quindi consumato con l’attività finanziaria e non deve più essere restituito.

L’effetto della crescita economica dell’industria calcio, la necessità di allestire squadre competitive sia sul fronte nazionale che continentale, l’incremento dei costi per la campagna acquisti e l’incremento degli stipendi dei calciatori “top player”, nonché la necessità di ottemperare ai dettami del FFP, ha reso accessibile la proprietà delle maggiori squadre di calcio continentali alle sole ricche aziende multinazionali, ai fondi di investimento internazionali e ai fondi sovrani, soprattutto dei paesi arabi.
Questi soggetti economici posseggono i capitali, gli skill e le strutture aziendali per vendere efficacemente il marchio della squadra di calcio e ottenere in cambio laute sponsorizzazioni, lanciare sul mercato finanziario prestiti obbligazionari a prezzi vantaggiosi, investire nelle infrastrutture (tipicamente la costruzione degli stadi di proprietà) influenzando in positivo i ricavi dei biglietti venduti, fare lobbying con le altre società calcistiche per incrementare i proventi dei diritti televisivi. Va da se che per appetire i mercati finanziari, le televisioni tematiche, le aziende a caccia di un veicolo pubblicitario che mostri il proprio brand accanto ad un logo di prestigio, occorre essere una società calcistica che abbia visibilità sportiva, faccia risultati, annoveri in squadra campioni e conti qualche milione di tifosi a livello nazionale e nel mondo.

Tutto ciò ha aperto ulteriormente il già sensibile gap tra le maggiori società e le cosiddette provinciali, creando una vera e propria élite calcistica europea.

In Italia la Juventus è la società che più di tutte ha colto i cambiamenti in atto.
Da squadra di mecenati si è reinventata partecipazione produttiva di una importante società d’investimento, la Exor, peraltro sempre controllata dalla Famiglia Agnelli con circa il 64% delle azioni, acquisendo con successo importanti sponsorizzazioni, costruendo un nuovo stadio, guadagnando il massimo dai diritti televisivi.
Grazie ai suoi risultati sportivi, accumula introiti derivanti dalla partecipazione alla Champions League (due finali negli ultimi 5 anni) e la qualità dei suoi calciatori consente di incassare plusvalenze all’atto della loro vendita nella campagna acquisti. Il combinato disposto di tutte queste fonti di reddito ha portato i ricavi bianconeri nel 2018 a 407 Mln di Euro, distanziando la seconda squadra, l’Inter con 260 mln, del 36%.
Pur nella convinzione che la società Juventus possegga manager di primordine, è la consistente capacità di spesa che ha consentito ai bianconeri di acquistare quello che probabilmente è il migliore calciatore del mondo, Cristiano Ronaldo. E pur se quest’anno Ronaldo non ha portato la vittoria nella Champions League, la sua presenza è stata fondamentale nella conquista dello scudetto.

Da quanto sopra, si evince che è proprio l’essere una squadra vincente a creare i presupposti per continuare a vincere. E allora, come si può fermare questa spirale, virtuosa per gli juventini ma maligna per tutti gli altri tifosi e probabilmente per la imprevedibilità e l’attrattiva del calcio italiano?

Si potrebbe, per esempio, guardare in casa della National Football League statunitense, dove esiste un sistema di ripartizione dei ricavi molto più equilibrato rispetto alle regole del calcio europeo. Ogni società riceve dalla Lega Nazionale una quota molto simile di revenues commerciali, diritti televisivi, licenze da prodotti sponsorizzati e merchandising. Quindi è la NFL che introita tutti questi ricavi, indipendentemente da quale franchigia provengano, e li ridistribuisce in modo più equo. Ogni singola franchigia lavora poi per aumentare i propri incassi con strategie personalizzate, spesso legate agli stadi di proprietà.
Inoltre esiste un “salary cap” che ha la funzione di ridurre al minimo le possibili disparità di salari tra i giocatori nonché livellare le differenti capacità di spesa delle singole squadre.

Se le federazioni calcistiche europee applicassero queste due semplici regole, nel giro di qualche anno i risultati economici delle aziende calcistiche diventerebbero più omogenei con benefici per tutto il movimento calcistico.

Ma esiste qualche possibilità che ciò avvenga?
Secondo me, è altamente improbabile.
Il calcio non sfugge alle logiche che regolano l’economia in tutti gli altri settori, dove la polarizzazione della ricchezza nelle mani di pochi soggetti è il frutto dello straripante fondamentalismo della crescita economica, dottrina colpevole di aver spazzato via gli argini che le politiche di welfare avevano eretto dal dopoguerra in poi per incoraggiare una migliore distribuzione della ricchezza, creando la novità assoluta, per la dottrina sociale, di un ceto medio forte e numericamente in maggioranza.
Dominique Bourg, Michel Richard e Floran Augagner, scrivendo per “le Monde” del 2 Aprile del 2011, concludono il loro articolo con una sentenza che sembra un epitaffio per tutta la civiltà dei “lumi”: “le diseguaglianze planetarie attuali avrebbero fatto arrossire di vergogna gli inventori del progetto moderno, Bacone, Descartes o Hegel”.

Queste dichiarazioni forti hanno ragione di esistere quando si analizzano i numeri.
Per citare una fonte attendibile e sopra le parti, l’Istituto di Ricerca dell’Università dell’ONU ha calcolato che l’1% della popolazione adulta nel 2000 possedeva il 40% di tutte le risorse del pianeta. Il 10% della popolazione più ricca ne possedeva l’85% mentre il 50% più povero doveva spartirsi un residuo 1%. E stiamo parlano di una fotografia fatta quasi vent’anni fa.
La spirale della diseguaglianza economica ha continuato negli anni la sua opera di erosione del ceto medio aumentando il numero dei classificati sotto la soglia di povertà. L’Organizzazione Mondiale del Lavoro ha calcolato che oltre tre miliardi di esseri umani vivono con soli 2 dollari al giorno. La crisi economica del 2007/2010 ha ulteriormente divaricato la forbice a favore dei più ricchi.

Tornando al calcio, c’è un ulteriore fatto che accomuna le società calcistiche a tutte le altre società dei settori commerciali, industriali e finanziarie: l’azione di lobbying presso le istituzioni che sovraintendono ai regolamenti. E’ di poche settimane fa la notizia, diffusa da l’Espresso, che annuncia l’avvio del negoziato tra l’Uefa e le maggiori squadre europee, rappresentate da Karl Heinz Rummenigge e Andrea Agnelli, per la costituzione di una superlega di calcio. Questa superlega darebbe vita ad un campionato continentale che includerebbe solo le più importanti squadre europee, le quali lascerebbero i tornei nazionali. Gli introiti di questo nuovo campionato sono stimati in 900 milioni di euro. Sarebbe la pietra tombale per i campionati di calcio nazionali, che vedrebbero ridurre l’interesse delle televisioni, degli sponsor e degli spettatori con la conseguente riduzione dei ricavi e, in ultima analisi, della loro competitività sportiva.
Analogamente le imprese più importanti del mondo, particolarmente quelle dei settori digitale, energetico e finanziario, hanno allestito intere divisioni con a disposizione budget importanti per “interfacciare” i deputati europei e intervenire nella stesura delle direttive del parlamento.

Osservato questo fenomeno, possiamo dire il che calcio si sta evolvendo e che questo è un dato di fatto inoppugnabile. E’ un peccato che, in quanto gioco popolare per partecipazione e cultura, per farlo emuli le dinamiche più perverse della società capitalista. Con questo ci stiamo perdendo gli sfottò tra tifoserie vicine di casa, il bar sport sempre accalorato di discussioni sui massimi sistemi calcistici, la sana ansia e l’allegria che accompagna i piccoli grandi eventi sportivi che vedono le provinciali confrontarsi con le corazzate del calcio professionistico.

Mettere un freno a queste dinamiche perverse nel calcio vuol dire quindi cercare di frenare le attuali dinamiche dell’economia in generale ed è a mio parere un problema di consapevolezza e di cultura di massa. Finché non sarà chiaro che la ricchezza di pochi non avvantaggia, ma al contrario mina il residuo e limitato benessere dei molti, poco potrà essere fatto per sostituire l’imperante competitività senza quartiere, la folle segregazione, la rivalità esacerbata e l’indifferenza verso la sorte dei più deboli con la cooperazione amichevole, la fiducia nel prossimo e la condivisione più equa delle risorse. Anche gli stessi tifosi juventini dovranno prima o poi rendersi conto che le inarrivabili vittorie della loro squadra sono una sconfitta, in senso lato, della nostra società civile.

Maurizio Mambretti, da poco più di un anno in esodo anticipato dopo 40 di lavoro presso la stessa multinazionale della finanza, finalmente può dedicare più tempo a suonare, leggere, scrivere e vedere film al cinema. Sempre da dilettante, ma con passione.

via KAPITAL FOOTBALL CLUB ovvero come multinazionali e finanza stanno cambiando il gioco del calcio — Cinemarocchi – il blog

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