La Caduta degli equivoci

È un equivoco uno uguale uno, perché è giusto dirlo con riferimento al voto che ognuno può mettere nell’urna quando si vota, ma non lo si può dire con riferimento al lavoro da svolgere in un apparato istituzionale, in un ente, dovunque e soprattutto quando c’è di mezzo l’interesse di tutti i cittadini. Questa attività, infatti, richiede professionalità e competenza, altrimenti il rischio, anche in buona fede, è quello di mandare in rovina l’istituzione per cui si lavora e, in definitiva, il paese.

È un equivoco che i due partiti al governo hanno idee diverse su alcuni temi. In generale fanno finta di essere sul punto di una crisi per gestire le relazioni con la gente, con il popolo come usano dire e che peraltro continua per questo a concedere loro la massima fiducia espressa nei continui sondaggi. Soprattutto i due partiti sono uniti da un grande interesse comune, quello verso il potere che rappresenta il collante più forte e solido. E questo si può notare, ad occhio nudo, giornalmente nei loro comportamenti istituzionali.

È un equivoco che la democrazia diretta possa un giorno cancellare la democrazia rappresentativa o parlamentare. Soprattutto quando il rapporto con i cittadini è gestito da una società privata con interessi privati senza controllo pubblico per decidere di cose pubbliche. Se dovesse avvenire un giorno vuol dire che non saremo più in democrazia, ma dentro ad un sistema pilotato da uno o più gruppi di potere collegati.

È un equivoco immaginare un futuro positivo per un paese dove la cultura, il merito, il rispetto, i diritti personali e la democrazia effettiva non trovano spazio. Il comportamento dell’attuale governo nei confronti della scuola, della cultura, dei diritti personali dei cittadini autorizza le più pessimistiche delle previsioni.

È un equivoco sostituire una politica proiettata a creare lavoro con una politica rivolta alla assistenza. Non può avere successo perché il paese senza lavoro è un paese avviato verso il fallimento economico, ma soprattutto perché rappresenta un sistema di disgregazione sociale e di forte attentato ai valori sociali comuni, un paese che non può avere accesso alla felicità. Come dimostra il successo molto limitato, e forse si può dire fallito, del provvedimento del governo in merito al tanto vantato (da un punto di vista elettorale) reddito di cittadinanza.

È un equivoco pensare ad una forma di autarchia o di sovranità come si dice di questi tempi come soluzione dei problemi di un paese. La tecnologia, internet e i ruoli della comunicazione, la globalizzazione dell’economia e della finanza, il livello di vita raggiunto nei paesi occidentali non lo consentono come forse è stato possibile una volta. Non si può fare una politica estera racchiusi in se stessi, non si può pensare ad un bilancio positivo del paese senza esportazione ed esportazione significa relazioni, non si possono fermare i fenomeni migratori in aumento dai paesi in guerra o distrutti dalla fame verso i paesi con livelli di vita superiori bloccando porti o schierando l’esercito ai confini, soprattutto quando questi confini sono indifendibili per la loro vastità.

È un equivoco pensare di risolvere i problemi del paese facendo da parte del potere quello che dice il popolo. Questo si chiama populismo e procura certamente il consenso elettorale, ma non rappresenta il bene del popolo. Ci vogliono quelli che una volta si chiamavano statisti, cioè quelli che individuavano l’interesse del popolo e cercavano di realizzarlo a prescindere dal parere del popolo stesso. Ora non importa come si chiamano o si fanno chiamare, ma è questa gente che il popolo, se vuole andare avanti, deve cercare di individuare e cui dare mandato.

Gianni Di Quattro

via La Caduta degli equivoci — Comunità Olivetti Roma

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