“Una barca di Fede”

Onda Lucana

“Una barca di Fede”

Tratto da:Onda Lucana® byAntonio Morena

Tramutola (Pz)-Manifestazione dedicata alla Madonna dei Miracoli e Processione della Madonna nella Barca, codesto evento si terrà dal giorno 01 al giorno 02 giugno, il cui nome sarà:”Una barca di fede“.

Canto Minimo“, il primo giugno farà parte della manifestazione con il famoso e virtuoso Graziano Accinni alle chitarre e alla voce Giuseppe Forastiero, “Capitale per un Giorno” sarà Tramutola che rientra nel circuito culturale di “Matera Capitale della Cultura 2019“.

Foto fornita da Graziano Accinni Immagine fornita dall’artista: Graziano Accinni

Il concerto si terrà alla ore 17.00 presso il Palazzo Marrano, verranno eseguiti brani estrapolati dal  “Devozionale Popolare”, insieme al pubblico che accompagnerà i famosi  brani tradizionali, tra i quali spicca: “E Ngi e Ngi”, un originale di Anonimo Popolare della Valle dell’Agri. Si ringrazia l’artista Graziano Accinni, il quale ha fornito per Onda…

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Giornata mondiale senza tabacco: danni da nicotina

 

In occasione del World No Tobacco Day 2019, una notizia per i fumatori: ecco gli effetti a lungo termine del contatto dei neonati con la nicotina.

Come ogni 31 maggio, buon World No Tobacco Day: un’occasione istituita dall’Organizzazione Mondiale della Sanità per sensibilizzare i cittadini sugli effetti deleteri del tabagismo sulla salute, e sulle conseguenze dannose del fumo di seconda (e terza) mano.

Mortalità precoce. Al centro della campagna 2019 c’è la salute dei polmoni. I problemi respiratori sono tra le principali cause di morte al mondo, e il fumo di sigaretta è tra i primi fattori responsabili di malattie polmonari: sono imputabili a questa abitudine 8 milioni di decessi all’anno, mentre 1 milione di morti sono dovute al fumo di seconda mano.

Le sostanze contenute nelle sigarette producono danni a lungo termine sui polmoni, se inalate nelle fasi critiche dello sviluppo: i figli di fumatori avranno maggiori probabilità di soffrire di problemi polmonari in età adulta. L’inalazione del fumo paralizza infatti le strutture che rimuovono muco e sporcizia dai polmoni, garantendo il via libera agli eccipienti tossici e cancerogeni delle sigarette.

Giornata mondiale senza tabacco, World No Tobacco Day

I fumatori non sembrano avere sempre la percezione dei rischi associati alla loro abitudine: ecco 5 fatti poco noti che (speriamo) vi faranno smettere di fumare. | Shutterstock

Anticamera di dipendenze. Ma non è solo sui polmoni, che il fumo lascia traccia. L’esposizione alla nicotina nelle prime settimane di vita influisce sul circuito della ricompensa nel cervello, rendendo i neuroni più sensibili agli effetti di questa sostanza e aprendo la strada alla dipendenza da fumo di sigaretta.

Un recente esperimento condotto per ora sui cuccioli di topo e descritto su Biological Psychiatry, fa luce sulle conseguenze neurologiche a lungo termine della nicotina trasmessa attraverso il latte materno, un aspetto forse poco indagato dei danni del fumo.

Studi precedenti avevano già provato che la precoce esposizione alla nicotina è associata a una maggiore propensione all’abuso di sostanze nell’adulto, ma il meccanismo alla base di questa associazione non era ancora chiaro. I ricercatori della San Diego School of Medicine dell’Università della California hanno scoperto che il contatto con la nicotina attraverso l’allattamento, nelle prime settimane di vita, induce cambiamenti neurologici a lungo termine nei neuroni dei topi, creando in una particolare classe di cellule nervose una “memoria molecolare” del piacere derivante da questa sostanza.

 

Giornata mondiale senza tabacco, World No Tobacco Day

Il manifesto dell’edizione 2019 del World No Tobacco Day.

Timbro indelebile. Nello specifico, a subire questo imprinting sono i neuroni dell’area tegmentale ventrale (VTA), una parte del cervello implicata nel sistema della ricompensa. Il contatto con la nicotina contenuta nel latte materno aumenta l’espressione, sui neuroni, dei recettori per questa sostanza e di una proteina normalmente espressa soltanto dai neuroni dopaminergici (cioè i neuroni il cui principale neurotrasmettitore è la dopamina).

Ricordo… mi piace. Quando da adulti, quegli stessi topi entrano a contatto con la nicotina, i neuroni del VTA iniziano a esprimere dopamina, un neurotrasmettitore implicato nelle sensazioni di benessere. Se ci sono più neuroni del normale ad esprimere piacere, la risposta alla nicotina e ad altre sostanze (come l’alcol) che possono creare dipendenza risulterà aumentata.

Aver scoperto le basi molecolari di questo legame permetterà forse di spezzare la catena di relazioni dannose attraverso i farmaci. Ora si cercherà di capire se lo stesso meccanismo valga anche per il consumo di alcol, oppiacei e marijuana, e se possa essere regolato in fasi della vita in cui il cervello è allo stesso tempo sia molto plastico, sia incline al consumo di sostanze, come l’adolescenza.

Fonte articolo: Focus ]

via Giornata mondiale senza tabacco: danni da nicotina — Notizie Oggi

DIECI RACCONTI PER SAMMY-RACCONTO CINQUE: VITO ED I SUOI AMICI, MONELLI DEL VILLAGGIO

Onda Lucana

L’ASSOCIAZIONE CIECHI, IPOVEDENTI ED INVALIDI LUCANI ACIIL ONLUS
PUBBLICA
DIECI RACCONTI PER SAMMY DI VITO COVIELLO

QUARTA DI COPERTINA

“Dieci racconti per Sammy” è una raccolta di storie, racconti e favole
piacevole da leggere ai bambini, la sera, prima di andare a letto.
L’autore narra al bambino Sammy – quasi come se le raccontasse a se stesso
– le sue vicende da piccolo e la descrizione di come era il suo paesino di montagna sessant’anni fa.
L’autore Vito Antonio Ariadono Coviello è nato a Sarnelli, frazione di Avigliano
(PZ) nel 1954, vive e risiede a Matera dove è felicemente sposato ed ha una
figlia. Vito Antonio Ariadono Coviello è diventato cieco a causa di un glaucoma
cortisonico vent’anni fa. Nel buio dei suoi occhi ma non della sua anima riesce
a fare quello per cui è portato: raccontare, scrivere ma, soprattutto,
condividere e regalare ai bambini delle favole e, perché…

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Lega e 5 Stelle dividono l’Italia — L’ora di Cronache

Un intenso ed enorme turno elettorale quello che ci lasciamo alle spalle mentre in cinque comuni del salernitano la campagna elettorale per la scelta del sindaco non si ferma. Risultati alla mano – per quanto riguarda le Europee – i Cinque Stelle diventano il partito del sud nel mentre la Lega conquista l’intero nord imponendosi anche nel mezzogiorno.

via Lega e 5 Stelle dividono l’Italia — L’ora di Cronache

Ebook e file digitali: sono davvero nostri?

Perché non possiamo prestare i nostri ebook e gli mp3 anche se li abbiamo acquistati? Che cos’è la proprietà psicologica? Perché molti considerano i libri digitali meno preziosi di quelli di carta? Alcune riflessioni sul concetto di possesso nell’era digitale, partendo da due studi.

Volete prestare un libro a un amico? Facile, non dovete fare altro che consegnarglielo (sperando che poi si ricordi di restituirvelo!). Ma che succede se invece voleste prestargli un ebook? La questione è più complicata. Talmente complicata che… in pratica non è detto che possiate farlo. Trattandosi di manufatti digitali, dunque replicabili, case editrici e distributori hanno fissato regole ben precise a proposito, che – consapevoli o no! – sottoscriviamo ogni volta che facciamo un acquisto.

 

Di chi è? Amazon, per esempio, ha un programma di “prestiti” che prevede che gli ebook possano essere ceduti una volta sola, per 14 giorni, e solo in alcuni casi. Kobo invece ne esclude a priori la possibilità. Con il risultato che, in pratica, non siamo noi a decidere le modalità del prestito di un libro digitale, ma l’azienda che li distribuisce. Il che induce a pensare che non siamo i reali proprietari di ciò che pure abbiamo acquistato. Ma è davvero così?

In un articolo su The ConversationRebecca Mardon dell’Università di Cardiff ha affrontato la questione, partendo dal recente caso di Microsoft, che ha deciso di chiudere il suo servizio di ebook, portandosi dietro tutte le librerie dei clienti (che saranno però rimborsati). “I prodotti digitali come ebook e musica digitale sono spesso visti per liberare i consumatori dagli oneri di proprietà”, scrive Mardon. “Alcuni studiosi hanno annunciato ‘l’età dell’accesso’, in cui la proprietà non è più importante per i consumatori e diventerà presto irrilevante. Gli ultimi anni hanno visto l’emergere di una serie di modelli basati sull’accesso nel regno digitale. Per gli utenti di Spotify e Netflix, possedere film e musica è diventato irrilevante in quanto questi servizi basati su abbonamento offrono maggiore praticità e maggiore scelta.

 

“Ma mentre queste piattaforme si presentano chiaramente come servizi, dove il consumatore non ha l’illusione della proprietà“, rileva Mardon, “per molti beni digitali questo non è il caso. Quindi fino a che punto possediamo i beni digitali che compriamo?“.

 

libro tascabile

Licenze. In realtà, quando acquistiamo beni digitali, dagli mp3 ai film, fino agli ebook, firmiamo un accordo di licenza che stabilisce una distribuzione più complessa dei diritti di proprietà.

 

Non tutti ne sono comnsapevoli, talvolta anche perché i termini sono scritti con un linguaggio da… studio legale: “Al momento in cui compra un ebook, il consumatore spesso acquista effettivamente una licenza non trasferibile che gli permette di ‘consumarlo’ in modi vincolati”, spiega la ricercatrice.

 

Ad esempio, potrebbe non essere autorizzato a passare l’ebook ad un amico una volta che ha finito di leggerlo, come potrebbe fare con un libro fisico. Inoltre, come abbiamo visto nel caso di Microsoft, la società si riserva il diritto di revocare l’accesso in un secondo momento. Queste restrizioni sulla proprietà del consumatore sono spesso codificate in modo che l’accesso possa essere facilmente revocato o modificato dall’azienda”.

 

L’illusione di proprietà. I casi di sparizione di manufatti digitali a opera delle aziende che ne detengono i diritti non sono pochi. L’anno scorso, dopo che i clienti si erano lamentati della scomparsa di film da iTunes, Apple ha spiegato che l’unico modo per garantire l’accesso continuo era scaricare una copia locale, che, secondo alcuni, non presenta la stessa comodità dello streaming. E nel 2009 Amazon ha cancellato con un blitz copie “illegalmente caricate” del libro 1984 di George Orwell dagli ereader Kindle dei suoi utenti, con grande sgomento e rabbia di questi ultimi.

 

Equivoci digitali. “La mia ricerca – continua Rebecca Mardon – ha rilevato che molti consumatori non considerano queste possibilità, perché danno un senso ai loro beni digitali basandosi sulle loro precedenti esperienze di possesso di oggetti fisici. Se il nostro negozio di libri chiudesse, il proprietario non busserebbe alla nostra porta chiedendo di rimuovere i libri acquistati in precedenza dai nostri scaffali. Quindi non prevediamo che accada nel contesto dei nostri ebook. Eppure il regno digitale presenta nuove minacce alla proprietà a cui i nostri beni fisici non ci hanno preparato”.

 

Naturalmente c’è un motivo per cui tutto questo accade: ebook, film e brani mp3 sono facilmente riproducibili: restringerne la condivisione è un mezzo per proteggere il diritto e i guadagni (leciti) di autori, editori e distributori. “Ma queste restrizioni – continua Mardon – devono essere dichiarate chiaramente e in termini semplici al momento dell’acquisto, anziché restare nascoste nel complesso gergo legale degli accordi di licenza con l’utente finale“.

 

Diversamente proprietari. La non proprietà totale dei beni digitali, libri soprattutto, potrebbe anche essere uno dei freni alla loro diffusione. In uno studio realizzato nel 2018 dall’Università dell’Arizona, i ricercatori hanno esaminato quella che viene chiamata proprietà psicologica, che non è necessariamente legata al possesso legale o ai diritti legali ma piuttosto alla “percezione” di ciò che ci appartiene.

 

Questo senso di appartenenza, secondo i ricercatori, sarebbe influenzato da 3 fattori: se chi possiede qualcosa si sente come se avesse il controllo sull’oggetto che possiede, se usa l’oggetto per definire chi è e, infine, se l’oggetto aiuta a dargli un senso di appartenenza nella società. «La proprietà psicologica è importante nella percezione delle persone di come valutano determinati prodotti o servizi o oggetti”, afferma Sabrina Helm .

ricercatrice della Norton School of Family and Consumer Sciences dell’Università della Arizona.

 

L’indagine. Per lo studio, pubblicato sulla rivista Electronic Markets, Helm e i suoi colleghi hanno convocato quattro focus group (gruppi di discussione interpellati da chi studia scienze sociali o umane) di diverse fasce d’età: un gruppo di baby boomer (cioè nati tra la metà degli anni Quaranta e la metà degli anni Sessanta); un gruppo di membri della Generazione X (nati tra gli anni Sessanta e Ottanta) e due gruppi di millennial (nati tra gli anni Ottanta e il 2000). I ricercatori hanno moderato le discussioni con i gruppi sui loro sentimenti riguardo alla proprietà dei libri fisici rispetto agli ebook.

 

Dalla discussione è emerso che i partecipanti di tutte le fasce d’età riferivano di provare un senso di comproprietà dei libri digitali rispetto ai libri fisici, in base al fatto che sentivano di non avere il pieno controllo sui prodotti. Analogamente, molti partecipanti allo studio si sono lamentati delle restrizioni alla condivisione di ebook con gli amici, alla donazione o alla vendita dei libri, dicendo che questo farebbe percepire gli ebook come meno preziosi rispetto ai libri fisici.

 

Senso di appartenenza. I partecipanti hanno poi dichiarato di essere più legati emotivamente ai libri fisici che userebbero anche per stabilire un senso di sé e di appartenenza. Sorprendentemente ad apprezzare di più gli ebook erano i più anziani, secondo cui i libri digitali hanno il pregio della leggerezza degli ereader e della possibilità – tra le altre – di ingrandire il testo. Ma anche loro concordavano che possedere un ebook assomiglia più un affitto che a… un acquisto vero e proprio.

 

Fonte articolo: Focus ]

via Ebook e file digitali: sono davvero nostri? — Notizie Oggi

SOGNARE

Onda Lucana

L’ASSOCIAZIONE CIECHI, IPOVEDENTI ED INVALIDI LUCANI ACIIL ONLUS PUBBLICA POI…SIA: UN AMORE SENZA FINE

Quaderno di poesie di Vito Coviello. Ogni riferimento a fatti, luoghi, persone o cose è
puramente casuale.

QUARTA DI COPERTINA

Il quaderno di poesie intitolato “Poi…sia, un amore senza fine” è una raccolta di piccole poesie e versi che l’autore scrive guardando nel proprio cuore, nei propri sentimenti e nel suo amore verso sua moglie Bruna. Queste poesie parlano del dolore di essere diventato cieco, dei suoi sentimenti, delle sue speranze, di quello che all’autore manca, di quello che non vede più ma che vede con il cuore.
L’autore Vito Antonio Ariadono Coviello è nato ad Avigliano il 4 Novembre 1954, risiede a Matera, è sposato, da trentasei anni, con Bruna dalla quale ha avuto una figlia. L’autore è diventato cieco totalmente nel 2000 per un glaucoma cortisonico. L’autore ha già pubblicato: “Sentieri dell’anima”, “Dialoghi con…

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La crisi della società italiana e il ruolo della Chiesa

LUIGINO BRUNI intervistato da Andrea Monda

Investire nei giovani, guardando con realismo il presente, senza rimpianti per il passato, per generare nuove opere e istituzioni che dicano la speranza e la fede nel futuro. Perché «la fede la si incontra nella vita concreta e semplice, toccando la terra, le cose, le persone, i poveri». È la proposta che Luigino Bruni, economista e accademico, lancia in questa intervista, intervenendo nel dibattito sulla crisi della società italiana e sul ruolo della Chiesa.

De Rita sostiene che per un buon governo è necessaria la compresenza di due autorità distinte tra loro: quella civile e quella religiosa, la prima garantisce la sicurezza, la seconda il senso. La sensazione è che la società italiana abbia perso il senso e viva solo della paura della insicurezza, quando forse non c’è stato un periodo più sicuro nella storia del nostro paese. Se questo è il quadro più realistico, quale può essere il ruolo della Chiesa italiana?

La dimensione religiosa nelle civiltà ha offerto ai singoli e alle comunità un orizzonte più largo di quelli politici ed economici che non sono abbastanza ampi per unire i popoli. Nel medioevo la fides era al tempo stesso fede religiosa e fiducia economica e politica, poiché come ricordava anche l’economista Antonio Genovesi nel ’700 fides significava originariamente corda. Quando viene meno l’orizzonte di una fiducia più robusta dei patti politici e dei contratti gli scenari possibili sono essenzialmente due: la guerra di tutti contro tutti (e la storia dell’Europa ce l’ha mostrato nel Novecento), oppure la fiducia commerciale dei contratti tende a diventare l’unico legame sociale, come si sta verificando nel XXI secolo. Ma, lo stiamo vedendo, i contratti senza patti non reggono. In occidente il «patto» per eccellenza è l’Alleanza biblica di cui la Chiesa è erede e testimone. Nello scenario attuale, con un mercato che vuole diventare la forma della vita in comune, la Chiesa deve ricordare almeno tre cose: 1. che i contratti economici hanno bisogno di una alleanza più profonda di natura non commerciale, che consente il buon funzionamento del gioco economico; 2. che il registro commerciale costruisce autentico bene comune se non è l’unico registro della vita civile: una dinamica sociale affidata interamente all’economico diventa troppo fragile e banale; 3. che c’è un principio di gratuità che fonda anche il principio del contratto: abbiamo qualcosa da scambiare sui mercati perché prima abbiamo ricevuto gratuitamente talenti e risorse dagli altri e dalla collettività.

La natura della crisi che da più di un decennio ha messo in ginocchio l’economia delle società occidentali è puramente economico-finanziaria o rivela una crisi più grande, a livello etico-spirituale?

Quella che stiamo vivendo da almeno due-tre decenni è una crisi etica e spirituale profonda, che tocca molte dimensioni legate alla crisi delle ideologie del XX secolo e dei secoli precedenti che le avevano generate. Un aspetto importante e in genere sottovalutato è la natura narrativa della crisi. Con l’inizio del terzo millennio si è terminata l’ultima fioritura di un umanesimo antico e cristiano, talmente radicato che anche chi non era cristiano ne capiva perfettamente i codici simbolici. Nel Novecento, in Italia e non solo, anche chi non era mai entrato in una chiesa capiva e sapeva cosa succedesse dentro, chi non aveva mai pregato Maria e Gesù li conosceva e si ricordava almeno una preghiera e la recitava di nascosto in quei momenti decisivi quando anche chi non prega ricorda una preghiera dei nonni e la recita veramente. La vita e la morte parlavano a tutti, quasi con le stesse parole. Il lavoro (dei campi e nelle fabbriche, il lavoro delle donne) era stato poi quel terreno comune che aveva generato una grammatica e una sintassi delle emozioni e dei sentimenti che consentivano a tutti di parlare e capirsi oltre le differenze di culture, di fedi, di umanesimo. Peppone e Don Camillo litigavano perché parlavano la stessa lingua.

Oggi invece quando un giovane passa davanti a una chiesa difficilmente capisce cosa accade lì dentro, quando vorrebbe pregare non sa come farlo perché non ricorda più nessuna preghiera, il suo cuore non è più abitato dai volti e dalle parole dei suoi nonni. E così, quando noi adulti, figli dell’umanesimo del Novecento, quando proviamo a raccontare le stesse storie di ieri, finiamo per dire parole d’amore in una lingua morta.

In questi ultimi anni sembra di assistere a uno scontro tra un sistema economico che è diventato assoluto, quasi divinizzato, e la voce del Papa che appare come l’unica contraddizione al paradigma tecnocratico: esiste una via praticabile per le intuizioni presenti nella predicazione di Francesco? Penso ad esempio alla Laudato si’. Forse è questa critica del Papa al sistema uno dei motivi della grande opposizione anti-papale?

Certamente l’analisi critica del capitalismo che questo Papa ha fatto fin dalla Evangelii gaudium è un fattore importante, forse decisivo, per comprendere l’opposizione che sta incontrando. Ma, se guardiamo bene e utilizzando le categorie giuste, ci accorgiamo che la critica di Papa Francesco è una critica teologica, non economica. Non a caso egli richiama spesso la natura idolatrica del nostro sistema economico. Il capitalismo, infatti, è sempre più simile a un culto religioso, o, meglio, a un culto idolatrico. Questa non è una novità del nostro secolo (basterebbe leggere Max Weber o Walter Benjamin), ma ciò che era già presente nella natura del capitalismo tradizionale, nell’economia finanziaria-consumistica del XXI secolo si sta manifestando in modo sempre più evidente.

Anche guardando semplicemente all’urbanistica delle nostre città, ci accorgiamo immediatamente che l’economia di mercato è cresciuta e cresce grazie al consumo del territorio sacro che, sconsacrato e trasformato in indifferenziato e anonimo spazio profano, è diventato nuovo spazio liberato per gli scambi commerciali. I mercanti sono tornati nel tempio, tutto il tempio sta diventando mercato, anche il sancta sanctorum rischia di essere messo a reddito.

Essendo la religione essenzialmente re-ligio (legare e unire), per distruggere una religione occorre prima minare le comunità e isolare le persone trasformandole in meri individui. Quando viene meno la terra comune della comunità, l’esperienza religiosa inesorabilmente si spegne; oppure diventa un bene di consumo, come sta accadendo oggi, quando nel giro di due generazioni abbiamo ridotto in macerie un patrimonio comunitario e religioso costruito in oltre duemila anni, e dove gli individui senza casa e senza radici sono diventati i consumatori ideali e perfetti. Ci siamo lasciati svuotare di senso e poi abbiamo riempito quell’infinito vuoto con le merci sempre più sofisticate per provare a rispondere a tutti i bisogni, persino al bisogno di Dio — ogni idolatria è una risposta sbagliata al bisogno di Dio. Questo svuotamento-riempimento rappresenta il massimo sviluppo di quel primo “spirito del capitalismo” che leggeva l’accumulo di beni come benedizione di Dio. Ma con una novità decisiva rappresentata dallo spostamento del baricentro etico del capitalismo dalla sfera della produzione a quella del consumo. A essere “benedetto da Dio” non è più, come accadeva nell’antica etica calvinista, l’imprenditore-produttore, ma il consumatore, che è lodato e invidiato perché ha i mezzi per consumare. I predestinati sono diventati coloro che possono consumare i beni, non più quelli che li producono lavorando. Più consumo, più benedizione. La figura sacrale dell’imprenditore-costruttore ha così lasciato il posto al nuovo “sacerdote”: il manager, che è tanto più “benedetto” quanto più alto è il suo bonus e quindi il suo standard di consumo.

Come conseguenza di ciò, il lavoro è uscito di scena, relegato tra i ricordi un po’ nostalgici del passato e delle sue utopie. È diventato un mezzo per aumentare i consumi, grazie a una finanza sempre più amica del consumo e nemica del lavoro, dell’impresa e dell’imprenditore-lavoratore. Per il vecchio spirito calvinista il capitalismo, centrato attorno alla produzione e al lavoro, era ancora un capitalismo essenzialmente e naturalmente sociale. Lavorare e produrre sono azioni collettive, di cooperazione e mutualità. Il lavoro è il primo mattone delle comunità umane. Il consumo è invece sempre più un atto individuale, perdendo progressivamente quella dimensione sociale pur legata alla sfera economica.

Il passaggio dal lavoro al consumo è frutto anche di un’operazione sistematica di disistima di tutto ciò che sa di fatica, sudore, sacrificio. Il consumo ci piace molto perché è tutto e solo piacere: nessuna fatica, nessun dolore, nessun sacrificio. Così non stupisce che la nuova frontiera della battaglia civile si stia spostando dal “lavoro per tutti”, che era il grande ideale del XX secolo, al “consumo per tutti”, che sta diventando lo slogan del XXI, magari reso possibile grazie a un reddito minimo garantito per poter essere introdotti nel nuovo tempio. Più consumo, meno lavoro, più benedizione. Le idolatrie sono sempre economie di puro consumo. Il totem non lavora, e il lavoro dei suoi devoti vale solo in quanto orientato al consumo: all’offerta, al sacrificio. Più una cultura è idolatrica più disprezza il lavoro e adora il consumo e quella finanza che promette un culto perpetuo di solo consumo senza fatica.

Paura e rancore, questi sembrano i sentimenti che agitano la società italiana, un circolo vizioso che si autoalimenta, come uscirne fuori?

In questi giorni mi torna spesso in mente il grande romanzo di Dino Buzzati, Il deserto dei tartari, dove Drogo e i suoi soldati per anni attendevano racchiusi nel loro forte un nemico che non arrivava mai, e nell’attesa di questo nemico scoppiavano conflitti e nevrosi all’interno del forte. Siamo stati capaci di costruire anche noi dei nemici immaginari che stanno producendo molti conflitti e molti rancori tra i cittadini dei paesi europei. Questa fase della nostra storia sarà ricordata fra i momenti peggiori del continente europeo perché da almeno quattro secoli, cioè dall’inizio delle guerre di religione, l’Europa aveva imparato che la paura e la costruzione ideologica del nemico producono solo guerre e genocidi. Se non reagiamo subito, insieme e con grande energia (inclusa l’energia intellettuale e culturale), nel giro di pochi anni regrediremo alle guerre fra Signorie e staterelli dell’inizio dell’era moderna, che precedettero la nascita degli stati nazionali. Il rilancio di un grande progetto europeo è dunque essenziale.

La prudenza della Chiesa italiana sembra miopia (Zamagni) o stanchezza (De Rita) di fronte all’urgenza di organizzare una qualche forma di presa di coscienza e di appello all’azione, è d’accordo sulla critica dei suoi illustri colleghi? E quale può essere il ruolo dei laici in una sinodalità “dal basso”?

I disturbi della vista e la stanchezza sono sintomi dell’invecchiamento. La Chiesa cattolica italiana, come la Chiesa europea e di altri paesi occidentali, vive un progressivo invecchiamento, che sta avvenendo parallelamente a un’accelerazione della storia che amplifica gli effetti di questo invecchiamento. Ci sarebbe bisogno di un grande, sistematico e ambizioso “progetto giovani”, avviato da Papa Francesco e dal Sinodo sui giovani, che non può limitarsi alle giornate dei giovani o alla tradizionale pastorale giovanile, ma che dovrebbe partire prendendo molto più sul serio il “pensiero” dei giovani e dei ragazzi, che hanno un loro punto di vista sul mondo, sul pianeta, sulla povertà, sull’ecologia — il movimento di Greta è un punto di non ritorno, occorre saperlo interpretare. I giovani vanno ascoltati, presi sul serio, responsabilizzati, interpellati, posti nei luoghi di governo.

Inoltre, il dopo-Concilio ha conosciuto una autentica primavera di nuovi movimenti e comunità, che ha riportato una stagione carismatica in tutta la Chiesa cattolica. Questa spinta collettiva si è in buona parte spenta. I grandi movimenti soffrono tutti della mancanza di nuove vocazioni e di innovazioni, e il XXI secolo non sembra generarne di nuove.

Una buona lettura del tempo che vive la Chiesa cattolica ci proviene dal grande profeta Geremia. Nel suo libro c’è un episodio che ha molto da dirci in questa età di passaggi d’epoca, che investono la società, l’economia, le religioni e i movimenti spirituali nati nel Novecento. Geremia profetizza a Gerusalemme prima e durante l’evento più importante e devastante della storia di Israele: la conquista della città da parte dei babilonesi, la distruzione del tempio e quindi la deportazione in Babilonia. Una prova soprattutto religiosa, perché fu difficilissimo per il popolo ebraico capire il senso di quella tragedia, capire che il loro Dio diverso, YHWH, poteva essere vero anche se sconfitto. Geremia continuava a ripetere la sua profezia, ma, mentre annunciava al suo popolo la resa, con i babilonesi ormai alle porte, Geremia decide di recarsi nel suo villaggio natale (Anatot) per acquistare un terreno: «Stesi il documento del contratto, lo sigillai, chiamai i testimoni e pesai l’argento sulla stadera» (Geremia 32,10). Gerusalemme stava per capitolare; tutti fuggivano lasciando case e terreni abbandonati. Il profeta, invece, fa un atto che va nella direzione opposta di quella distruzione: compra un pezzo di quella terra che sta per essere devastata e conquistata. Vede attuarsi quella fine che aveva profetizzato e che gli era costata persecuzioni, torture e carcere, ma insieme fa un gesto che dice futuro, perché, dice, «Ancora si compreranno case, campi e vigne in questo paese» (32,15). E quindi con i fatti ripete: è finita una storia ma non è finita la storia. È finita la grande storia del regno di Davide, iniziata con la terra promessa conquistata e occupata. Questa storia, dice il profeta, è finita, e non si torna indietro. Ma, aggiunge: non è finita la nostra storia, perché un resto tornerà. E questo resto che tornerà continuerà la stessa storia, purificata dall’esperienza dell’esilio.

Questo episodio è utile, a mio avviso, per comprendere il nostro tempo. In questa fase di ptramonto-perche-rosso.jpgassaggio di epoca dovremmo imitare Geremia: guardare con realismo il presente, non illuderci né illudere rimpiangendo o ricordando il grande passato della cristianità; e poi comprare un campo, fare nuove opere e istituzioni per dire speranza e fede nel futuro. Oggi servirebbero nuove università, scuole, opere concrete. La fede non è faccenda di idee. Troppe volte nel Novecento, anche dentro movimenti e comunità, i giovani e le persone hanno incontrato una ideologia (c’è un’affinità tra ideologia e idolatria), non la fede biblica. La fede la si incontra nella vita concreta e semplice, toccando la terra, le cose, le persone, i poveri. E quindi con opere concrete, che oggi mancano molto, troppo, nella Chiesa cattolica. Istituzioni nuove, giovani, fatte con e insieme ai giovani, con e insieme ai poveri — è sempre in mezzo ai poveri dove si impara a risorgere. Nei periodi delle sue molte crisi epocali, la Chiesa è risorta generando opere: i Monti di pietà del Quattrocento, che risposero alle gravi crisi della povertà urbana; le migliaia di opere educative e sanitarie dei carismi sociali dal Seicento al Novecento, le cooperative, le banche, le università nel Novecento. E oggi? E noi?

E infine ripetere insieme: è finita una storia, non è finita la storia. Un piccolo resto continuerà la storia di ieri. E sarà ancora più bello.

in L’Osservatore Romano, 28 maggio 2019

via La crisi della società italiana e il ruolo della Chiesa — RIFLESSIONI

LETTERA UE/ Procedura d’infrazione, un incubo che può durare anche 4-5 anni

int. Lorenzo Pace ilsussidiario.net 30.5.19 Se la Commissione attuale proporrà l’apertura della procedura e il Consiglio non si opporrà, toccherà poi alla nuova Commissione gestire le fasi successive Colloquio tra Dombrovskis, Moscovici e Tria (LaPresse) “Sulla base dei dati notificati per il 2018, è confermato che l’Italia non ha fatto progressi sufficienti per rispettare il […]

via LETTERA UE/ Procedura d’infrazione, un incubo che può durare anche 4-5 anni —

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